storie di (stra)ordinaria subinformazione
ho aspettato un po’ di tempo per cercare di somatizzare le esperienze, di interiorizzare quel che i miei occhi avevano visto, le parole udite, le sensazioni provate… a una certa mi sono resa conto che chissà quanto ci vorrà, chissà quanto ci vorrebbe perchè io fossi capace di descrivere quegli occhi, gli sguardi, la dignità… allora ho pensato che, infondo, l’unico senso di quest’esperienza è la condivisione, la possibilità di socializzare le emozioni, di farne patrimonio collettivo.
non so bene ancora come. non riesco ad immaginare un modo per spiegare questa cosa, non riesco ad inventarmelo. so che la cosa più imposrtante che ho imparato, quella che più di tutte mi è rimasta dentro, è l’idea di non essere soli, di avere sempre qualcuno accanto, di essere tutti, in qualche modo, indigeni. quell’idea di dignità dell’essere umano che sembrerebbe sparita nella storia della cultura occidentale con l’illuminismo, che, dopo, sembrerebbe non aver lasciato traccia. quell’idea che lo stesso comunismo ha sacrificato alla riuscita della rivoluzione, fallendo, alla fine, il suo “grande compito storico”.
l’idea del rispetto (del rispetto reciproco e rispetto delle regole giuste), l’idea della collettività, dell’essere una comunità, una moltitudine.
ieri sera ragionavamo tra le altre cose della nostra capacità/disponibilità a costruire insieme un progetto collettivo. qualcuno era entusista, qualcun altro disilluso. c’era chi ci andava piano nel fare progetti e chi provava a fare bilanci. chi non si sentiva più parte, chi di nuovo, chi per la prima volta. mi è sembrata un occasione di confronto, una di quelle situazioni in cui ti senti una piccola parte di un tutto, come tra gli indigeni.
ecco. è un modo per dire che ieri sono stata bene e che credo che ciascuna delle parole pronunciate sia per ciascuno di noi una risorsa. credo che andare serva soprattutto a tornare, a imparare, ad ascoltare. a imparare ad ascoltare. credo che possiamo provarci. e che lo spirito che deve giudarci è quello della curiosità, della capacità di meravigliarsi, di farsi stupire. qui come altrove quello che conta è la capacità di farsi coinvolgere, di farsi contaminare. è vita. è bello
alessio lega, settembre 2001
ci sono cose che le parole spiegano difficilmente. le sensazioni sono una cosa che mal si dice, che non si può sempre definire, che quasi mai è facile esprimere. le sensazioni, le emozioni, i sentimenti, belli o brutti che siano. ci sono cose il cui peso è percepibile solo quando non ci sono, cose cui non si da conto nel momento in cui avvengono, ma che un valore ce l’hanno, pur nella loro banalità. ci sono cose che hanno valore per il brivido che muovono, per il solo fatto di essere sentite, percepite, condivise.
ci sono cose che ti accompagnano per tutta una vita, cose a cui sei abituato, che fanno parte della tua quotidianeità. ci sono cose di cui nemmeno ti accorgi nella quotidianeità. è il pensiero inflazionato di tutti i giorni, è la monotonia del rintocco delle campane, della sigaretta dopo il caffè, di Biagi dopo il tg. cose che esistono da quando tu esisti, che ci sono sempre state, che ti pare ci sarnno sempre…. è ovvio che ci siano.
rischia di diventare un discorso sulla vita e sulla morte questo, invece è solo un pensiero sulla lotta quotidiana. quella delle parole inascoltate e del monotono scorrere del tempo. monotono o frenetico, poco conta. una storia di microesistenze cui si da poco conto. è un discorso sulle cose scontate che ci sono sempre state. come i nonni, come il rintocco delle camapane.
io non lo so se tu sei mai stato un compagno, so che se io lo sono diventata lo devo anche a te, ai tuoi discorsi dopo il tg, al silenzio imposto dal nonno in quei cinque minuti in cui parlavi tu, alla distrazione di una bambina che però a un certo punto prestava attenzione e ascoltava le parole del nonno della tv.
forse rischio di sminuire, ma volevo provare a spiegare la sensazione che ho provato l'altro ieri quando ho letto che te ne eri andato e poi oggi, mentre mandavano le immagini dei tuoi funerali. non ci siamo mai abituati a stare senza di te. non ci abitueremo mai. perchè questo paese ha bisogno di gente che ragiona. tu ci hai insegnato a ragionare.
ciao (compagno) enzo!
finalmente il 20 ottobre è arrivato... le aspettative e le speranze per domani sono tante, a partire dal numero dei partecipanti alla grande manifestazione indetta da Manifesto, Liberazione e Carta. una manifestazione PER i diritti, PER il governo, per un governo più giusto e più attento ai problemi reali del paese. lo spezzone studentesco che si muoverà all'interno dello spezzone del Network delle comunità in movimento, vedrà insieme soggetti differenti: dall'UDU, Uds, ai GC, passando per i collettivi studenteschi e universitari. un modo per ripartire dalla precarietà generalizzata e generalizzabile dei soggetti in formazione e ricominciare a parlare e fra parlare di noi. è importante che domani si sia in tanti a Roma perchè la partecipazione non si costruisce attraverso le chiamate al voto primario o alla consultazione sindacale, ma, mattoncino su mattoncino, attraverso la condivisione di pensieri ed esperienze, attraverso la costruzione di comunità e reti di relazioni. è quello che abbiamo provato a faree sui territori con le iniziative che abbiamo messo in piedi. è quello che continueremo afare domenica, lunedì, martedì.... fino al 17 novembre, giornata di mobilitazione internazionale degli studenti quando chiederemo una nuova legge sul diritto allo studio, il reddito di formazione, la carta servizi per i libri e le attività culturali, il ripensamento totale del sistema dell'istruzione media e superiore.