giovedì, 31 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso del Prc -Se.

Cronaca di una morte annunciata

Vorrei dire a quel compagno che sul blog del circolo di Avellino ha scritto che si è consumato il più bel congresso della storia di Rifondazione che mi dispiace sentirgli pronunciare queste parole. Le sue parole, credo, sono sintomo, l'ennesimo, di una svolta a destra che caratterizza non solo la società italiana, ma anche il nostro partito. Vorrei dirgli che Rifondazione per come l'ho conosciuta io è un interconnessione sentimentale, emozionale, progettuale, politica, è una comunità, un comune sentire e agire, un modo di vivere, una “missione”, sicuramente un progetto, una collettività di corpi vivi che si riprendono la parola e rivendicano la dignità dell'esistente, presente, pulsante,contro ogni retorica e ogni politicismo. E mi dispiace che tutto questo, che quel partito che io ho trovato, quello dei De Palma e Vendola e D'Alessandro, quello della passione e della comunità, non siamo stati in grado di restituirlo a loro, generazione ultima (non ultima generazione) di questa Rifondazione. Mi dispiace che il Canna viva questo come il suo primo congresso, mi dispiace che Samantha resti delusa dopo essere arrivata a Chianciano con la voglia di vivere appieno quella sensazione. Perchè non basta dire “facciamo comunità” o “gestione comune”. Il comunismo è pratica, non teoria, è agire, non dire, è fare. Mi dispiace e porto il peso di questa mancanza. Porto addosso la responsabilità di questa sconfitta oltre che di quella elettorale, politica, sociale, morale, di cui tanto si è parlato a Chianciano, ma che nessuno ha voluto veramente superare. È la sconfitta che ci ha fatto smettere di pensare a chi veniva dopo di noi, a cosa costruivamo, a quel che lasciavamo. È un bagaglio di responsabilità pesante, non insopportabile, ma che ci portiamo dietro con la serenità di chi le responsabilità se le assume, di chi i propri errori li ammette e ne accetta le conseguenze. Diverso è ciò che accade altrove.
Vorrei dire ancora a quel compagno di non illudersi del cambiamento, di non invocare la novità contro il “vecchio e stantio” (ed è ridicolo, siamo all'ossimoro) perchè questa classe dirigente è esattamente la stessa di sei mesi fa. Poca innovazione, poco ricambio. Il cpn composto sostanzialmente dalla stessa classe dirigente, età media 50 anni e passa, stessi nomi, stessi schieramenti, nessuna novità. Arretramento generale su tutte le maggiori posizioni: dalla non violenza all'atteggiamento maggioritario che voleva la costruzione di un grande partito di massa, dalla democrazia di genere alla democrazia generazionale, fino all'apertura ai movimenti, alle soggettività plurali della sinistra diffusa, alla società civile.
Caro compagno, mi dispiace, ti chiedo scusa perchè come diceva de palma non ho saputo difenderti, non ho saputo difendere quella cultura politica che costituisce il sostrato della proposta di innovazione di Rifondazione. Mi dispiace perchè non ho saputo consegnarti il partito che ho trovato, perchè non ho saputo farti vivere la gioia del congresso, il piacere di confondersi, del contaminarsi delle posizioni. E mi dispiace, caro compagno, perchè vedo e credo che nei prossimi mesi non ti sarà data possibilità di vivere e vedere tutto ciò. Mi dispiace e ti chiedo scusa, perchè penso che non lo meritavi. Nessuno di noi meritava questo congresso. Nessuno di noi meritava di essere immolato sull'altare del minoritarismo e dell'identità,della chiusura e del rigurgito reazionario. Che le minoranze non gioiscano, spetta loro un compito assai arduo, mantenere la dignità e lo spessore di questo partito.
Ecco, caro compagno, volevo solo dirti questo, non farti cambiare idea. Nessuno di noi ha mai detto a nessun altro come o cosa doveva pensare. Cercate di fare altrettanto. Cercate di avere rispetto, come a volte noi non siamo riusciti a fare. Siate migliori di noi, io ve lo auguro.
Noi ci apprestiamo alla traversata nel deserto. Ci andiamo leggeri, che tessere e circoli ci servono a poco. La nostra sarà una traversata lenta, esplorativa, alla ricerca di cose nuove da conoscere, da indagare, di nuove domande da porsi e aggiungere alle altre, di una nuova ricerca che ci conduca verso una più completa e sempre incompleta linea politica.
È la politica della crisi, della ricerca, del mutamento, dell'interrogazione e dell'inchiesta. La politica dell'attraversamento, del farsi attraversare, dell'accogliere le sfide e del mettersi in discussione.
È la politica che mi ha insegnato rifondazione e che nessuna svolta reazionaria, nessuna svolta a destra potrà mettere in discussione. Ricominciamo dunque! Per la sinistra, per la cultura della sinistra, per la storia che ci lega e ci separa da quel grande pci, da Gramsci, da Togliatti, che ci lega alla resistenza e alla liberazione, perchè nessuna regressione dopo 18 anni di lotte è possibile, nessun ritorno tutti insieme, nessuna somma algebrica delle posizioni, nessun passo indietro è oggi possibile. Concludo citando il compagno Bertinotti, che credo intendesse altro, ma mi sembra pertinente la sua affermazione conclusiva al congresso di Chianciano da semplice delegato quando dice che “La nostra è di nuovo una lotta di liberazione”.
mercoledì, 30 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso di RC- SE

Una storia di storie

È la storia di una generazione intera, di più generazioni in una stagione di lotte. Una storia di sogni ed illusioni, di errori e di infamate, di calcoli spregiudicati e di insospettabili ingenuità.
È una storia che, come tutte le storie, è oggetto di revisione, di rilettura, di rivalutazione.
Come ha giustamente scritto Ida Dominijani sul manifesto di oggi (29/7/08) parlando del ripristino come la strategia adottata da questo VII congresso, “ciò che rende più pesante tale strategia è che essa si abbatte anche e in primo luogo sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività, sporgendosi non verso posizioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata che non è priva di limiti culturali e di comportamento- continua la Dominijani- certo è che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione di incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. È anche, forse in primo luogo, a quest'esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire “adesso basta!”. Ed è per questo, dice ancora la Dominijani, che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico”.
A me sembra che le osservazioni della compagna del Manifesto siano centrali, tanto più perchè vengono da un' osservatrice, una compagna, estranea alle beghe interne e ai tatticismi di partito, che forse può gettare un velo di luce sul buio calato a Chianciano.
Le analisi, credo, verranno poi, quando almeno questa “nuova” dirigenza avrà delineato, attraverso la formazione della segreteria nazionale e attraverso le prime prese di posizione sulla politica italiana e internazionale, una linea chiara, perchè per il momento sappiamo da Ferrero che Rifondazione è per l'abbandono delle giunte, ma anche per il governo locale col Pd, per la democrazia di genere, ma anche antifemminista -almeno in una fetta consistente della sua componente dirigenziale- per l'innovazione ma anche tradizionalista... tutto insomma fuorchè chiara, a dispetto delle sbracciate affermazioni del neo-segretario del Prc.
Quel che certamente ora si può fare è raccontare. Fatti, non valutazioni. Il come, prima ancora che il cosa, le strategie, o meglio le tattiche che sono state messe in campo per il raggiungimento del fine, le pratiche, i metodi, chè la politica è fatta soprattutto di queste, soprattutto per dei comunisti.
Una storia penosa, vi avviso fin da subito, che mi ricorda e ripropone quella sensazione insopportabile che infonde La nausea di Jean Paul Sartre.
Una sensazione di sconcerto, non sconforto, di stanchezza, pesantezza, spossamento di fronte all'assurdità dei fatti, alla incombente sconfitta dell'umano, della passione, del sentimento, anzitutto di quel sentimento di comunità che pure viene tanto invocato. Ma la possibilità di ribellarsi esiste.
Ci tengo a precisare una cosa. Io non credo che Rifondazione sia finita. Credo certamente che una parte di Rifondazione si sia spostata a destra, ma del resto è un classico, dopo le sconfitte accade sempre. L'arroccamento, la riproposizione identitaria e fissa, statica, la negazione di una storia comune, la rilettura di quella storia e il revisionismo, reazionario, che assicura e da certezze contro la paura della sfida. Le sinistre dovrebbero essere abituate alle sfide, tanto più dovrebbero esserlo i comunisti. Abituati a perdere, ma non per questo arrendevoli. Cedere all'identità in un momento in cui, a livello teorico e anzitutto pratico, si cerca di decostruire questa categoria che tanti danni ha fatto nel corso del '900 e ancora nella postmodernità, mi sembra un chiaro passo indietro, una svolta a destra, non certo a sinistra come invece dichiara il documento congressuale approvato da quella maggioranza bulgara e algebrica che ha trionfato, per un solo voto, al congresso di Chianciano.
Credo che alcuni aspetti vadano assolutamente sottolineati, alcune pratiche, modalità dell'agire che nulla hanno a che fare con la cultura e la morale di chi si definisce comunista, di chi porta il carico di una storia di ribellione e rivolta, della storia più bella, forse, che il genere umano abbia mai raccontato. Non è una favola. È la lotta di liberazione dei nostri padri e nonni, l'eredità da cui veniamo e a cui non ci fermiamo, un eredità etica, culturale, fatta di principi e di insegnamenti non dogmatici, non statici. Una storia incarnata nei corpi maciullati della Diaz, nelle strade chiuse intorno a piazza Municipio, nelle corse per i verdi prati di Rostock, nei corpi che difendono corpi in Palestina, a Napoli, a Bolon Ajaw. Niente di questa storia era nelle modalità di svolgimento del congresso di Chianciano. A farla da padrone era il sospetto, la diffidenza, il rancore, l'odio.
C'era sospetto, diffidenza, rancore e odio nel rifiuto da parte della commissione politica di una proposta unitaria avanzata dal II documento e poi immediatamente ritirata per paura che si paventasse un'imposizione. C'era sospetto, rancore, odio nella formulazione di un documento in cinque punti in assenza di una parte consistente del partito e c'era il becero tatticismo nella volontà di non discutere collettivamente quei cinque punti, di far entrare in stallo la discussione appena al primo punto. C'era sospetto, rancore, diffidenza, paura nella decisione di stendere quel documento in assenza dei compagni della seconda mozione e di proporlo poi loro, bell'e fatto. C'era sospetto, diffidenza, rancore, nelle urla contro i compagni di Castellammare, di Bagnoli, di Reggio Calabria, contro tutti i compagni mafiosi del sud. E c'era sospetto, diffidenza, paura nella richiesta dell'appello nominale per la votazione dei due documenti congressuali, come se l'unità politica tanto declamata potesse non trovare poi un riscontro pratico e avesse quindi bisogno di essere controllata. E c'era rancore nelle urla a squarcia gola di quanti cantavano bandiera rossa rivolti ai compagni della seconda mozione, come se fosse un atto di sfida, come se quella non fosse la canzone di tutti, come se fossero i Vendola, i de Palma, le Gagliardi o le Caroline i nemici numero uno del comunismo, di quel movimento il cui obbiettivo è cambiare lo stato di cose presente. Quanto di più lontano tutto questo sospetto, tutto questo rancore, dall'idea di comunità, da quell'idea che ci ha permesso e ci permette di chiamarci compagni, di riconoscerci, di sorriderci, di sentirci parte ci una comunità, figli di una stessa storia, prima ancora che di un partito.
postato da: kombattina alle ore 17:33 | link | commenti (2)
categorie: politica, sogni, articoli, movimenti, incazzature, crisi, rifondazione, gc
martedì, 29 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso del PRC-SE: La svolta a destra

Arriviamo a Chianciano alle 15 circa di giovedì pomeriggio. Io faccio parte della terza macchinata che da Siena raggiunge la sede del VII congresso nazionale. Altri compagni sono partiti la mattina, c'era da organizzare la divisione dei compiti: gli accrediti, il servizio d'ordine, la diffusione militante, perchè un congresso non è solo i delegati e gli invitati e la stampa e la dirigenza, ma sono i tanti compagni e compagne che lavorano ogni giorno. Andiamo a Chianciano, quindi, da semplici militanti, non da delegati, andiamo a lavorare e, per quanto possibile, a seguire i lavori.

Sono emozionata, non lo nascondo. È il primo congresso nazionale a cui prendo parte, pur se dentro rifondazione ci sto ormai da quasi dieci anni.

Arriviamo, quindi, e subito ci mettiamo a lavoro. I compagni arrivano piano piano, la delegazione toscana a scaglioni dalle varie province, i GC, Pennella e Buglione con Peppe Vernieri che arrivano poco dopo di noi e subito si comincia a chiacchierare. Gli animi sono tranquilli, stressati, certo, dalla durezza dello scontro congressuale nei territori, logori, ma felici di esserci arrivati. Prevale la gioia di ritrovarsi, per niente scontata dopo la debacle elettorale e questo congresso.

Io sto agli accrediti. Vedo arrivare i compagni da mezza Italia e penso: mamma mia, che bello, siamo una comunità, siamo tutti qui, ritrovati dopo la sconfitta a parlare di noi, delle nostre prospettive, delle nostre proposte.

Ripenso alla prima volta che sentii pronunciare il nome di rifondazione. Ero una ragazzina piccola e incosciente, cominciavo a poco a poco a masticare la politica, soprattutto quella scolastica, ed ero affascinata da quell'idea di comunismo che sentivo veicolare dai miei compagni. Non erano ancora i Compagni che poi sarebbero diventati, erano i compagni di scuola, quelli delle altre scuole, i compagni dell'ucsi.

Una sera d'inizio autunno del 1999 eravamo a via de concili, io, andrea, giuseppe e barbato, sulla prima panchina dopo la discesina in cui un tempo era la sala giochi. C'era ancora il feroce, era ancora aperto il cortiletto alle spalle del bar tony e via de concili era il luogo d'aggregazione dei giovani avellinesi. Dallo scientifico al ben's, dal feroce alla ragioneria eravamo tutti li, diversi eppure uniti da una specie di questione generazionale che di li a pochi anni sarebbe diventata ancora più forte, pur nelle sue contraddizioni. I ragazzi mi chiesero di quale partito ero e io, in evidente imbarazzo, timorosa di sbagliare risposi: “del vostro”. C'era stata quell'estate la festa di liberazione, credo la II o la III al massimo, ed io, che spesso stavo con i miei amici un po' scoppiati nella villa comunale, avevo visto sventolare quelle bandiere rosse di cui parlavano le canzoni dei 99 posse che tanto amavo.

Allora lo sentii per la prima volta e mi parve un idea geniale. Rifondazione comunista. Mica cazzi.

La mia vicenda personale e politica la conoscete. Conoscete gli scontri, le contrapposizioni, i litigi e le differenti posizioni politiche. Sapete perchè solo un anno dopo ero già fuori di rifondazione, perchè volli credere in quel movimento dei movimenti in cui ad Avellino il partito proprio non voleva credere, ed è evidente che non mi riferisco ai compagni, ma alla dirigenza di allora.

Forse in questo modo ho perso proprio gli anni migliori, cioè, li ho vissuti dall'esterno, senza prendere parte a quella lotta di liberazione che ci avrebbe restituito la federazione ed uno spazio di agibilità politica che raramente avevamo avuto. O almeno speravamo che così sarebbe stato.


Ecco, pensavo proprio questo, giovedì pomeriggio al banchetto degli accrediti, pensavo che infondo mi ero persa il meglio: la contaminazione, la condivisione di un esperienza nuova, viva come quella della svolta movimentista, la costruzione di un' alternativa di partito oltre che di società.

Ed ero li, fiera di esserci, fiera, nonostante tutto, del percorso che ci aveva portato a quella presa di coscienza collettiva, all'assunzione delle tante responsabilità di cui tutti, non solo la classe dirigente, portano il peso. Fiera di appartenere a questa comunità, fiera di essere comunista e un po' femminista, anticapitalista e progressista. Fiera di un identità in fieri, non quella di ieri, né quella di domani. Fiera di aver contribuito in questi anni alla crescita e all'elaborazione di una rifondazione diversa da quella che avevo lasciato qualche anno prima, molto diversa nelle pratiche, almeno nel territorio che vivo, molto diversa nella teoria, più aperta, innovatrice, meno ortodossista e più moltitudinaria, secondo una prospettiva che pure a lungo abbiamo criticato, ma che ci ha fornito degli strumenti, una cassetta degli attrezzi nuova attraverso cui leggere la società.

Mbè, se è vero, come ha detto Maurizio Acerbo citando Primo Moroni durante la presentazione della prima mozione, che le storie dei compagni sono importanti ecco, io penso che questa sia una storia importante, degna di essere raccontata nella sua complessità.

Continua.....

martedì, 22 luglio 2008

quelle strane cose successe su marte

lo so. avevo detto che il senso di questo blog sarebbe stato altro, che ci sarebbe stata meno plitica e più saperi. so, già ora che inizio a scrivere che anche questo sarà un post che parlerà di politica. e so che non a tutti piacerà. so pure che forse ho aspettato troppo per scriverlo, per dire chiaramente quello che penso.
forse il mio lungo silenzio è stato dettato anche da questo. dalla difficoltà di dire, di spiegare.
la politica. differente dalla situzione politica. la situazione politica non ci ha mai spavantati, certo, una cosa così non l'avevamo mai vissuta, non era mai successo che... dopo mesi ancora no riesco a dirlo.
non era mai successo che la sinistra non fosse presente nel parlamento italiano. nella storia della repubblica. mai. il resto invece è noto. le lotte, le guerre interne, le mozioni e gli schieramenti, chi si tu e chi so io... questa è storia nota, la viviamo da anni, da anni ci si ripropone a scadenze regolari, a volte sfuma, a volte incalza, a volte la senti a volte no. ma ci siamo abituati. da quando sono entrata in rifondazione è senpre stato così. dal 1999, quando votavamo ferrando. poi diventammo bertinottiani, che il movimento lo esigeva, e fu un momento magico. ma finì presto e ci fu venezia. io non credo che il problema sia stato quel congresso. credo che di li vennero tante cose buone, che ci hanno fatto crescere come singoli e come collettivo. li già si diceva della sinistra, ma pochi se ne ricordano. il resto è storia nota. il governo, la paura di dover ricominciare, i paccheti sicurezza e le finanziarie, l'immobilismo di un intera classe dirigente. e fu la rovina.
io non avrei chiamato alla conta. non avrei ancora diviso, spaccato, frammentato e frantumato. avrei chiamato alla riflessione, allo studio, all'inchiesta. altre sono state le scelte e ci siamo dovuti sorbire sto congresso. è stato il congresso più bruto della storia di rifondazione. nonc he i congressi siano mai chissà che, non mi appassionano poi più di tanto, ma questo proprio è incommentabile.
per le dinamiche che ha scatenato, per le battaglie a suon di pezzi di carta, verbali e controverbali, mozioni, emendamenti, documenti... lacerati anche li dove le divisioni non si erano mai fatte sentire più di tanto.
e vengo ad avellino. all'opeazione circolo di avellino e poi all'articolo pubblicato dal manifesto domenica.
non ho apprezzato. sia chiaro, non che io pensi che la colpa stia da una sola parte, ma se dovessimo andare a ricercare le colpe non se ne uscirebbe più.
io invece credo che il problema siano le pratiche. niente di male nel tesserare un gruppo di compagni, ma farlo via mail, a poche ore dalla scadenza del termine di richiesta delle tessere non è una pratica politicamente corretta. così come non è politicamente corretto pubblicare al notizia corredata di "analisi del sangue" dei richiedenti. non sono strade praticabili. se ci penso mi viene solo da domandarmi cosa ci ha portato a tutto ciò. cosa è successo, come è potuto succedere che anche noi...
le nostre responsabilità ce le dobbiamo assumere tutti, ciascuno le sue.
abbiamo votato le cose più assurde. sia dentro che fuori, abbiamo assunto a volte posizioni perchè dovevamo, non perchè fossero le nostre. io credo che ci sia stato un momento (breve per fortuna) in cui, immediatamente dopo la conferenza nazionale dei gc, parlavo per posizione presa, non per dire quel che pensavo. poi per fortuna è finito. per me è passato e ho ricominciato a fare altro. non che sia stato immediato, non che io me ne fossi resa conto... è un meccanismo che non so descrivere. non lo so concettualizzare. ma ci ha portato alla deriva. ci ha portato a stare zitti, a non intervenire, a valorizzare compagni in cui nonc redevamo, a fare altro per non doverci occupare di quel casino che c'era dentro.
abbiamo provato a fare finta di niente anche quando il palloncino è scoppiato, mentre ancora una volta dall'alto decidevano a quale sorte andavamo incontro. hanno deciso che spaccarci era la soluzione migliore per non perdere il loro bel posticino, farci discutere su di loro, sui lor nomi e  non sulle questioni reali che avevano portato alla sconfitta fosse il modo migliore per tenerci buoni, dentro e divisi.
noi, stupidi, abbiamo fatto esattamente ciò che volevano loro.
la nuova dirigenza ha deciso che potevano votare anche i neo iscritti e sui territori è scoppiato il putiferio.
abbiamo dato uno spettacolo veramente poco degno, a livello locale come a sul piano nazionale. pessimi.
e quegli sforzi di andare oltre, di parlare di politica anche in un contesto simile, sono valsi a poco.
vale a poco lo sforzo di parlare di genere, di genova, di progetti e prospettive. rimangono vici inaudite.
prevale la logica dello scontro anche dopo la battaglia, la guerra continua.
sul manifesto, dove qualche giorno fa è uscito un articolo su avellino che dipingeva un immagine della città come isola felice dell'intellettualità diffusa campana, in cui l'antagonismo si fa nei salotti e la cultura è contro per definizione. non un articolo brutto, oer carità, ma certamente non un articolo del tutto vero, non compelto, come qualcuno ha fatto notare sul blog del circolo di avellino. e siccome trattasi dela mia città non posso restare indifferente. sinceramente non credo nemmeno che una cosa del genere non fosse immaginabile, insomma, era prevedibile, ma questo non toglie a nessuno le sue responsabilità, anzi. credo che la politica parlerà. chi farà politica potrà parlare. e attenti compagni che la politica parla chiaro. la partecipazione o c'è o non c'è e a questo punto non si potrà più dire che c'è ostruzionismo.
ecco. penso sinceramente queste cose e dovevo scriverle da qualche parte. forse avrei dovute scriverle da qualche altra parte, rendere pubblica questa riflessione inece di relegarla a un luogo tutto sommato mio.
non credete che sia facile. assumersi delle responsabilità non lo è mai.
quel che con questo post voglio dire è che finita qiesta storia, chiuso il congresso e le beghe interne o si ricomincia a lavorare oppure non ci sarà più iente di che litigare e non perchè qualcuno scioglierà il partito. mi sembra tutto così stupido. eppure non siamo su marte, questo è il pianeta terra, anno del signore 2001 e noi siamo ormai così poco umani...
postato da: kombattina alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: politica, incazzature, rifondazione, avellino, territori
domenica, 09 dicembre 2007

doppia amarezza

non mi sono svegliata... cioè ieri sera ho deciso che non mi sarei svegliata e così è stato.
però dalle 13 in poi ho seguito l'assemblea in streaming e dunque non mi sono risparmiata gli interventi di giordano, mussi e diliberto...
mi sarebbe piaciuto sentire ingrao, che fino a ieri aveva detto che all'assemblea non ci sarebbe stato e invece stamattina poi è arrivato. mi sarebbe piaciuto sentire vendola, vedere l'irruzione dei no dal molin, irrompere con loro nella stanza dei bottoni della sinistra...
doppia amarezza, perchè restando a casa anche quel poco di buono che c'era nell'assemblea di oggi me lo sono perso. non mi sono persa i discorsoni dei leaderoni, che erano visibili e udibili da tutti quanti se ne sono stati a casa, ma la gente si... le facce, le espressioni, le sensazioni che i corpi presenti alla fiera trasmettevano. chi c'era mi ha detto che non è stato bello, che non mi sono persa niente, ma invece io penso che ne valesse la pena. valeva la pena esserci e mettersi in corteo con i NodalMolin, come hanno fatto i compagni, i miei compagni. credo che sia stato un messaggio importante, che sicuramente i quattro leaderoni non avranno captato, ma così è stato. un po' come dire: si, ok, ma noi abbiamo un idea ben precisa della politica che vogliamo e delle modalità che bisogna mettere in piedi per costruirla e questo percorso non ci appartiene, o ci appartiene fino ad un certo punto. una cosa importante e per nulla scontata che dimostra quanto la generazione di genova sia poco disposta a farsi mettere cappelli in testa, da dentro e da fuori.
era necessario che l'elemento di crisi fosse anche oggi all'assemblea, e per fortuna c'è stato.
tutto il resto sono considerazioni di contesto, speculazioni su quella che è stata una passerella e non poteva essere altro... si sarebbe dovuti andar giù ieri, partecipare ai tavoli tematici, incontrare i compagni...
ora la discussione sarà tutta su bella ciao che i verdi non hanno cantato e su fini e il suo ex compare che bisticciano e si lasciano... questioni di clamore mediatico punto e basta, la gente, le persone restano fuori dalla ribalta...
ecco, credo, con una metafora coniata qualche sera fa a chiacchiera con un compagno, che il più grande problema della sinistra italiana sia questo: stanno insieme, ma non fanno l'amore, non si confondono nei corpi, non si contaminano nelle idee... non si amano, in fondo, questo è un matrimonio di convenienza.

le persone però no, si amano, litigano, discutono, si arrabbiano, ci restano male, fanno pace e fanno l'amore... nelle persone io ci credo ancora. credo nelle mani, nella capacità di costruire, credo nel dialogo, nella forza del contatto fisico, nella sua intensità, credo nel rispetto silente e nella rabbia furiosa e accecante, credo nella passione, quella che bruciaenoncapiscietidomandienontispieghi. credo nell'amore. nella forza del bene contro il male, nelle cose piccole e insignificanti. credo nell'odore del caffè, nell'odore denso dei corpi che si uniscono, nella nebbia e nella neve, nella luna e nella terra. credo nei corpi umani. credo all'innocenza. credo alla vita e alla morte. credo nelle cose vere e credo che solo a partire dal sentire potremo cambiare il mondo. credo che bisognerebbe ripartire di li, dall'emozione all'entrata dei no dal molin, dalle sensazioni veicolate da ingrao a prescindere da quel che ha detto o che doveva dire,
credo che supereremo anche questa, che continuando ad amare la vita andremo oltre l'ennesimo smacco, l'ennesimo attacco al pensiero che vibra, al sentire che incalza.

credo che ora è il caso che io smetta di scrivere, perchè, a parte tutto, oggi sono felice e quindi sono di parte. credo nel bene. amo ed è bello.
giovedì, 06 dicembre 2007

conversazione nel 1972

DELEUZE: il movimento rivoluzionaro attuale ha più centri, e non è debolezza ed insufficienza, poichè una certa totalizzazione appartiene piuttosto al potere ed alla reazione. per esempio il Vietnam è una formidabile risposta locale. Ma come concepire i rapporti, i collegamenti trasversali tra questi punti di vista discontinui, da un paese all'altro o all'interno di uno stesso paese?
FOUCAULT: (...) Le donne, i prigionieri, i soldati di leva, i malati negli ospedali, gli omosessuali, hanno iniziato in questo momento una lotta specifica contro la forma particolare di potere, di costrizione, di controllo che si esercita su di loro. tali lotte fanno parte oggi del movimento rivoluzionario, a condizione che siano radicali, senza compromessi nè riformismi, senza tentativi di riorganizzare lo stesso potere con al massimo un cambiamento di titolare. e questi movimenti sono legati al movimento rivoluzionario del prletariato (considerate che questa conversazione si svolge nel 1972) nella misura in cui quest'ultima deve combattere tutti controlli e le costrizioni che riproducono dappertutto lo stesso potere.

processi partecipati

la sinistra l descrizione: nuovo contenitore della sinistra
dettagli: fondo bianco.
titolo principale : la sinistra, colore rosso.
sottotitolo: l'arcobaleno, colore verde.
altro: in basso mare colorato con i colori della pace.
contenuto: vacante.
ulteriori informazioni: sabato e domenica a roma stati generali della scatola vuota.
commenti: meno male che doveva essere un processo partecipato!
giovedì, 22 novembre 2007

perchè sabato non andrò a Roma

quando è uscito l'appello per una manifestazione nazionale contro la violenza delle donne sono stata una delle prime a sottoscriverlo, perchè credo sia necessario che nella nostra società si ricominci a parlare di ruoli, di generi, di sessi, di violenza e di sopraffazione di un genere sull'altro.
sono stata una delle prime a sottoscrivere l'appello e ho lodato ogni iniziativa che andasse nella direzione della partecipazione a quella manifestazione.
tuttavia, da una decina di giorni ormai, è comparso sul sito della manifestazione una novità che ritengo sconcertante, oltre che pericolosa e politicamente scorretta. il comitato promotore, infatti, invita alla partecipazione ad una manifestazione di sole donne, una manifestazione delle donne per le donne.
la riflessione scaturita da questa scelta mi ha portato a decidere di non partecipare alla manifestazione di sabato perchè ritengo sia controproducente. anzitutto il dato di fatto di escludere anzicchè includere i compagni, mariti, fratelli, padri di cui pure si vuol muovere la riflessione è atteggiamento che non appartiene alle nostre pratiche politiche. le differenze vanno si esaltate, in quanto ricchezza, ma con intelligenza e non attraverso la sterile affermazione della propria identità contrapposta a quella altrui. quale ragionamento, quale riflessione può mai far scaturire nella testolina dei copmpagni, padri, fratelli, mariti e fidanzati una manifestazione che non li prende in considerazione se non come controparte da combattere? a mio avviso nessuna, anzi, da ancora più peso a quel fallocentrismo che ogni giorno proviamo a combattere, come persone prima ancora che come donne.
mi sono sentita offesa in quanto donna perchè la partecipazione è cosa che non si può negare, anzi che dovrebbe essere stimolata e, invece, ci troviamo a riprodurre quelle stesse tattiche esacludenti prorpie dell'atteggiamento maschile.
una cosa è parlare di ruoli di genere, voler affermare il proprio diritto a uguali diritti e uguali dignità, voler denunciare il fenomeno sotterraneo (e nemmeno troppo) della violenza sulle donne. altra cosa è voler fare tutto ciò ponendosi da una posizione dominante, anzi, peggio ancra, esclusiva.
è, a mio avviso, un discorso pericoloso.
non mi meraviglierei affato se, a partire da questi presupposti, le compagne scacciassero sabato una trans, o un ragazzo gay dal loro corteo. eppure parliamo di persone che, quanto e ancor più delle donne, sono soggetti ad esclusione, a violenza, a pregiudizio. non mi meraviglierei se qualcuna di queste signore dicesse loro che si tratta di un altro sesso, di un altro genere, di una diversa sensibilità. errore madornale, a mio avviso, imperdonabile. come imperdonabile è la scelta escludente rispetto ai compagni.
 cosa penseranno mai questi signori guardanado il tg la sera o leggendo il giornale la mattina? si sentiranno parte in causa?sentiranno la loro responsabilità nei confronti di tutto questo? metteranno forse in discussione le proprie azioni, l'esercizio di potere che ogni giorno mettono in atto nei confronti di noi  donne come delle nostre compagne lesbiche o trans, o nei confronti dei compagni gay?
il fallocentrismo, necessita di una riflessione, che a mio avviso dovrebbe essere anzitutto una riflessione degli uomini e delle donne INSIEME, condivisa, collettiva.
il motivo per cui sabato non sarò a roma è che non credo che le scelte escludenti servano a qualcosa, non credo nella possibilità di cambiare il mondo attrvaerso le prese di posizione identitarie, non credo nell'efficacia di un'azione che non sia condivisa a prescindere dalle distinzioni (che sono sempre distinzioni imposte dalla società e che dunque nella società devono cambiare, nella società nella sua interezza e non solo in una parte). la presa di coscienza rispetto alla posizione dominante occuapata dagli uomini dovrebbe essere patrimonio collettivo. questo corteo non lo permette.
ecco perchè sabato non andrò a roma.
martedì, 20 novembre 2007

109.

anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha minacciato le vostre 1100
anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti
domenica, 18 novembre 2007

e chi lo sa definire? è un emozione, non si può definire.

vivo sentimenti conflittuali. diciamo che erano anni che non mi succedeva. diciamo che erano anni che, costruitami il mio piccolo paradiso felice di agibilità politica, tenevo tutto fermo lì così com'era, nella speranza che poi, un giorno, tutto sarebbe ricominciato. troppo facile dirà qualcuno. troppo facile tornare da un corteo come quello di ieri a genova e pensare di cavarsela con un immagine, quella immagine... piazza carlo giuliani.
non sono queste le cose in cui io credo. non è uno spazio di agibilità politica che poi fa la politica. quello spesso fa l'anipolitica e, cari compagni, a sto punto rischiamo di starci dentro all'antipolitica, ma seriamente.
insomma. praticamente domani è uno dei giorni più importanti della mia vita e io ripenso a tutto, metto in discussione tutto, rimugino su tutto.
sarà l'evento rituale a farmi sobbalzare? mah, chissà!
fattosta che di riti in questi giorni se ne consumano tanti. come quello di ieri. il nostro tornare a genova, in cui io, personalemente, avevo riposto un sacco di speranze.
e quindi ci sono tornata ieri a genova (cioè, per dirla tutta ci sono andata, perchè nel 2001 m'avevano bocciata e dovetti stare a casa) e le sensazioni sono state tante.
io il movimento me lo ricordo. non faccio parte di quella generazione che genova l'ha vissuta dopo il g8. mi ricordo seattle, mi ricordo praga, gotemborg, mi ricordo napoli e genova e firenze e porto alegre... ero piccola e credevo che avremmo cambiato il mondo.
è strano quando le cose stanno così. quando uno non ha la forza nè la voglia di mettersi veramente in ballo e di ballare, quando uno ci sta fino ad un certo punto nel gioco e poi si tira indietro. è strano quando ripensi a come facevamo in quegli anni e a quelo che è ora. o che non è. o che cos'è? questa domanda mi divora da ieri. da quando le mille emozioni che quel corteo mi ha dato hanno cominciato a combattere tra di loro. la gioia di esserci, di ritrovarci. ancora noi, quelli di genova, quelli di napoli, di praga, di seattle...
noi, il movimento dei movimenti. di nuovo a genova.
perchè c'eravamo tutti e allora siamo tutti colpevoli. chi con il cuore, chi con il corpo, chi con la mente. tutti. e allora arrestateci tutti, condannateci tutti. ammazzateci tutti.
perche non è vero che berlusconi se n'è andato e la democrazia in questo paese non è più in pericolo, anzi... perchè c'è chi ora suona la campana, chi da nuove letture politiche e dice che dovremmo preoccuparci di come arginare la deriva violenta delle forze dell'ordine, perchè c'è chi ieri contestava il g8 e oggi vota per finanziarlo. e sono i miei compagni... o meglio: e sarebbero i miei compagni? quelli che chiedono la commissione d'indagine parlamentare su genova? quelli che a genova contestavano gli 8 grandi e ora si preparano ad accoglierli in quel della sardegna? quelli che si, smantelliamo la maddalena, anzi, facciamo che la ricostruiamo e ne facciamo un mega impianto turistico (perchè i grandi 8 hanno bisogno di tanto spazio per incontrarsi)
cosa resta di genova? cosa di quel movimento?
parliamo di ieri. dei compartimenti stagni riuniti in spezzoni statici e immobili, tanto identitari da far paura alla stessa genova, abituata com'era alla confusione, alla contaminazione, alla condivisione di quelle gionate del luglio 2001. secondo me nemmeno lei ci ha riconosciuto. nemmeno mamma genova ha riconosciuto i suoi figli, nè i figli dei figli.
io a genova sono diventata grande. ho smesso di sognare e cominciato a fare. ho cominciato a credere che se il mondo lo vuoi cambiare allora non ti basta guardarlo, osservarlo, cercare di analizzarlo. qualcosa devi fare. fosse solo esserci. e quindi anche per questo ieri ero a genova. con i padri e con i figli. sorella maggiore dei ragazzi che oggi pensano a genova e si portano il casco, senza sapere cosa farne di quel casco, quando metterlo, quando toglierlo... sorella maggiore di quelli che se lo striscione ha l'asta non capiscono perchè, forse perche non si pieghi o svolazzi per il vento... sorella maggiore che fa vedere i video, le inchieste i pillola rossa e cerca di spiegare di far sentire... sorella maggiore e un po' noiosa, forse, che ricorda le assemblee ad officina o al laboraorio ska, quando io ero una ragazzina e manco mi facevano parlare, manco mi veniva voglia di parlare... le assemblee... lunghe ore, dense, cariche di scontri e di incontri...
è strano. cosa ha a che fare oggi con ieri? per me e per tutti... qal'è il dato politico della nostra azione negli ultimi cinque anni? cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo costruito, cosa abbiamo lasciato.
genova rivive? non lo so. non so se quei corpi, quelle idee, i presupposti come i sogni sono gli stessi.
non lo so.
so che mi sono sentita vicina e lontana da tutti i miei compagni. so che mi sono sentita a casa, che ho guardato giuliano negli occhi e ho provato lo stesso dolore di sempre. so che non ne posso più dei professionisti della politica. da qualunque parte stiano.
so che ho sempe fatto la bassa manovalanza. so che la farò sempre. e me ne vanterò sempre.
so che ho scritto un sacco e che ne avevo bisogno. avevo bisogno del corteo di ieri e dello sfogo di oggi. domani avrò bisogno di tanto coraggio. quello stesso coraggio che muoveva la mia azione di ragazzina un po' imprudente e facilmente condizionabile, che mi ha fatto smettere di credere in me e cominciare a credere in tutti noi. forza per chiedermi chi siamo, chi sono, cosa penso di poter fare, cosa pensiamo di riuscire a costruire. la forza con cui cercheremo ancora di costruire qualcosa.
questo post è una riflessione personale ma se parlo al plurale è perchè ci credo ancora in noi.
credo ancora nel movimento come unico motore di cambiamento possibile.
checchè ne dicano lor signori.
e si faccaino pure la loro cosa rossa (che io voterò, probabilmente, ma non costruirò se cosa rossa a genova non ci sarà come non c'è stata ieri, se contnueranno a gridare verità e giustizia per genova e a votare per finanziare la maddalena) facciano pure le loro cose...
io vagherò per il corteo, rifiutando l'identità, camminerò e sentirò le voci, sentirò i corpi, sentirò gli odori e le emozioni... sentirò. e ci sarò sempre. comunque ci sarò. resisterò. alla rabbia, allo schifo, alla paura, alla voglia di vomitare e a quella di urlare. perchè così non ha senso. così non è niente. nè ieri nè oggi nè domani. così no. non ci sto.