sabato, 18 aprile 2009

vi consiglio...

postato da: kombattina alle ore 09:32 | link | commenti
categorie: politica, movimenti, diritti, pride, genere, sessualità, siena, corpi, pacs, glbtq
mercoledì, 14 gennaio 2009

LIBERO AMORE IN LIBERO STATO: CANDELORA DAY 2009

anche quest'anno il 2 febbraio si avvicina e la Candelora è alle porte. Anche quest'anno sarà una giornata dedicata ai diritti, alla parità e alla dignità degli uomini e delle donne a prescindere da genere, sesso e eorientamento sessuale. Anche quest'anno il CANDELORA DAY vedrà la partecipazioen di VLADIMIR LUXURIA e di tanti/e altri che in questi anni hanno orbitato intorno alla Candelora. qui sotto L'APPELLO che è possibile sottoscrivere contattando le segreterie organizzative. LIBERO AMORE IN LIBERO STATO!

ADERISCI e SOTTOSCRIVI l'appello per la costituzione della rete nazionale per la Candelora Day 2009 a Montevergine (Av)



Anche quest'anno, a otto anni di distanza dal primo "Femminiello Pride" abbiamo pensato di re-inventare la tradizionale Juta a Montevergine e di renderla nuovamente un'occasione di confronto, di dialogo e pacificazione tra culture diverse che vivono e condividono stessi luoghi attraversando antiche tradizioni e portando nuovi diritti.

A Montevergine, ogni 2 Febbraio (giorno della Candelora), avviene questa straordinaria alchimia tra i Femminielli, i loro "eredi" (i militanti e le militanti delle associazioni per i diritti degli omosessuali, dei trans e delle trans) e tutti quelli che condividono pacificamente questa ricorrenza in una medesima giornata pur attribuendole significati diversi.

Questa ricorrenza fa di Montevergine un luogo simbolico per la civile convivenza in un paese che, come ha imparato a garantire e tutelare la libertà di culto, deve imparare a garantire e tutelare le libertà di scelta delle persone a prescindere dal diverso orientamento sessuale o dal genere o dall'identità di genere.

Re-inventare la tradizione, che è di per sé già un'invenzione, significa per noi aprire uno spazio, restituirlo alla cittadinanza, renderlo praticabile e agibile per tutti e tutte.

Quel che abbiamo fatto in questi anni, certamente in modo provocatorio, è stato rivendicare un posto in una società che sembra accettare solo l'uguale tra ineguali, l'omologazione, l'appiattimento sui modelli culturali dominanti.


Ci affermiamo con la nostra presenza a Montevergine come altrove, al di là delle categorizzazioni imposte, a partire dalla vivibilità dei nostri corpi e delle nostre vite e dalla necessità di riconosce e tutelare pari diritti e dignità a prescindere da genere, sesso, identità di genere e orientamento sessuale.

Ecco perché l'associazione i Ken, con tutte le organizzazioni che in questi anni hanno preso parte alla Candelora costituisce la rete regionale per il Candelora Day e avvia la sottoscrizione della rete nazionale delle soggettività Lesbiche, Gay, Trans e Etero che sostenga concretamente la partecipazione al Candelora Day 2009.

Promuoviamo la valorizzazione non solo della tradizionale Juta de' femminielli, ma anche delle esperienze e dei valori che la Candelora ha assunto negli ultimi anni per i diritti di Trans, Gay, Lesbiche e di tutti e tutte le soggettività laiche o credenti ma che all'unisono richiedono Parità nei Diritti e Doveri di cittadinanza, Laicità dello Stato e Dignità delle istituzioni per il rispetto dei diritti umani inviolabili dell'uomo e della donna.


Rete per la Candelora Day 09

Associazione i Ken ONLUS

Associazione Rosso Fisso

Associazione Zia Lia Social Club

Associazione RibellArci

Giovani Comunisti/e

Farfalle Rosse


Vladimir Luxuria

Gina Piscitelli – Fondatrice M.I.T. Napoli

Carlo Cremona – Presidente i Ken ONLUS

Carolina Vesce

Marco Taglialatela

Francesco Pennella


Per la storia della Candelora visita il sito http://www.i-ken.org/candeloraday.htm

o visita il blog www.candelora.wordpress.org

Segreteria Organizzativa Napoli: candeloraday@i-ken.org

Segreteria Organizzativa Avellino: candelora2009@gmail.com

i Ken : 392 3887147 - Francesco: 347 7810076 - Carolina: 329 1683634


lunedì, 21 luglio 2008

dei generi e delle generazioni...

Riporto qui alcune riflessioni, discusse negli ultimi tempi con i compagni/e di Siena e poi al congresso provinciale del PRC. Non entro nel merito di questo congresso, delle battaglie a soun di pezzi di carta tra le mozioni 1 e 2. è una logica che mi appartiene poco e mi piace ancor meno. Credo invece che ci sia bisogno di ben altro impegno, di una determinazione altrettanto forte, ma su ben altre questioni.

Riporto questo intervento che come ha detto qualcuno ci prende un po' in giro. è un idea che mi piace, credo davvero che prendersi in giro possa insegnare a prendersi un po' più sul serio. Credo contenga riflessioni importanti. e che dovremmo ragionare di più su queste cose, sulle categorie che utilizziamo, sul modo in cui ci posizioniamo, sui nostri ruoli.
Spero valga almeno un po', questo mio misero contributo come quelli di tanti altri compagni/e sui territori, a distogliere il pensiero dalle mozioni, dalle guerre fratricide, dalle battaglie interne o lotte intestine che in questi giorni hanno mostrato di rifondazione la faccia peggiore.


Dal 2001 ormai cominciamo i nostri documenti, discorsi o dibattiti con “Siamo la “generazione di Genova”, siamo uomini e donne, giovani e meno giovani...” ma forse dovremmo mettere a fuoco proprio le questioni che stanno dietro a questa formula tanto nostra, che sentiamo appartenerci al punto da utilizzarla per sintetizzare, rappresentare e mostrare la nostra identità.

Quando diciamo “siamo la generazione di Genova” già poniamo in essere una distinzione. La distinzione è quella che ci separa dalle generazioni precedenti, dai nostri padri e zii degli anni '60 e '70, dai nostri compagni, quelli che stanno nelle stanze affianco alle nostre, quando ci sono due stanze nelle nostre sedi, i compagni del partito, mentre noi siamo i gc, come se ci fosse poi una vera distinzione.... i compagni che oggi stanno qui affianco a noi e ci ascoltano, ma che qualche volta mentre parliamo nelle assemblee di circolo o nei cpf non ci stanno a sentire. O magari nel circolo si, che la è diverso, ma poi al lavoro, al sindacato, all'università...

Siamo la generazione di Genova, non siamo, politicamente, i figli del '68. Ci teniamo a chiarirlo. Abbiamo provato a reinventarci la politica, ad inventarci un modo nuovo di costruire partecipazione e, attraverso la partecipazione, alternative di società.

Siamo uomini e donne. Siamo la generazione del genere, anzi transgenere. Siamo i figli della cultura femminista, dalle nostre madri zie e sorelle maggiori abbiamo appreso un metodo, da loro abbiamo imparato la necessità di de-costruire i fenomeni che viviamo, le realtà che agiamo, le cose in cui crediamo, abbiamo imparato a de-costruire noi stessi... a posizionarci, a dire chi siamo, se non dove andiamo, cosa pensiamo, a non lasciare spazio al non detto, ma siamo andati oltre. Abbiamo provato a declinare il genere in senso maschile, ad affrontare la criticità di fronte a cui ci poneva, a fare dell'elemento di crisi una risorsa da condividere e su cui crescere, scomporsi come singoli e ricomporsi come corpo.

I conflitti del genere sono divenuti il nostro pane quotidiano. La dinamica dell'interiorità/esteriorità è il conflitto che affrontiamo tutti i giorni. Le relazioni che viviamo mostrano la liquidità delle distinzioni che dividono la società in uomini e donne (eterosessuali, senza dubbio eterosessuali) e insieme ad essa, il lavoro, la vita pubblica e privata. Per noi il privato e il politico sono categorie analitiche del passato, null'altro. Per noi la questione di genere non è più solo quella del genere femminile, esso rappresenta la fragilità di una costruzione che è crollata mostrando le dinamiche di potere e le imposizioni che nascondeva. Genere per noi significa scelta. La possibilità di scegliere. Il presupposto di tutte le scelte.

Siamo giovani e meno giovani. L'eterno conflitto. Come se essere giovani significasse necessariamente qualcosa, imponesse certi comportamenti, la predisposizione ad assumere determinati atteggiamenti. Come se la generazione avesse un effetto sostanziante, come se essere giovani significasse la stessa cosa in tutto il mondo, in Italia come in Messico o in Burkina Faso; un fenomeno transnazionale che unisce i giovani di tutta la terra e legittima l'antagonismo proprio come fenomeno generazionale. Un po' quel che è successo con il '68, quando in piazza c'era ben più di una generazione eppure a 40 anni di distanza è una la generazione innalzata a paladina di quella stagione di lotte.

E ancora, La nostra “questione generazionale” è la precarietà. Ma sappiamo bene come la precarietà sia minimo comun denominatore di un'epoca e non dell'essere in un epoca di una generazione. Sostanzialmente una stronzata, ma funzionale a delimitare un problema e quindi a relegarlo a una determinata realtà. Un buon modo per sviare il discorso, per non affrontarlo.

Ma la precarietà non è una condizione generazionale. Proprio il genere ce lo dimostra. Un concetto fluido e precario, che travalica sempre i limiti che la società impone. Essere maschi o femmine non significa sempre necessariamente la stessa cosa, è la società che impone i ruoli e le identità del maschile e del femminile. E maschile e femminile non sono mai qualcosa di predeterminato, ma si giocano, sempre sul terreno delle lotte sociali e dei conflitti di “classe”.

Ecco, tutto questo discorso per arrivare a dire che le accuse che ci sono state mosse in periodo post-elettorale di occuparci esclusivamente di gay e transessuali sono accuse che ribaltiamo e rivendichiamo a piena voce. Occuparci dei conflitti di genere per noi significa scendere su un campo in cui la sfida culturale è aperta e la posta in gioco altissima, significa mettere in discussione le categorie stesse attraverso cui guardiamo il reale. E mettere in discussione queste categorie è il primo passo verso la ribellione.

Una ribellione che, ci teniamo a ribadirlo non deve essere un fenomeno generazionale, come non lo è stata genova, ma deve unire i generi e le generazioni, mettere in crisi i preconcetti, sovvertire i presupposti.

Per questo proponiamo di cominciare a lavorare da subito alla costruzione di un tavolo glbte, laddove la e finale, inusuale, chiama a raccolta anche il mondo eterosessuale.

Crediamo sia questo uno dei primi fondamentali passi per cominciare a ragionare dei ruoli e quindi delle posizioni di potere che ciascuno di noi, maschio, femmina, gay etero o transex che sia occupa.


giovedì, 22 novembre 2007

perchè sabato non andrò a Roma

quando è uscito l'appello per una manifestazione nazionale contro la violenza delle donne sono stata una delle prime a sottoscriverlo, perchè credo sia necessario che nella nostra società si ricominci a parlare di ruoli, di generi, di sessi, di violenza e di sopraffazione di un genere sull'altro.
sono stata una delle prime a sottoscrivere l'appello e ho lodato ogni iniziativa che andasse nella direzione della partecipazione a quella manifestazione.
tuttavia, da una decina di giorni ormai, è comparso sul sito della manifestazione una novità che ritengo sconcertante, oltre che pericolosa e politicamente scorretta. il comitato promotore, infatti, invita alla partecipazione ad una manifestazione di sole donne, una manifestazione delle donne per le donne.
la riflessione scaturita da questa scelta mi ha portato a decidere di non partecipare alla manifestazione di sabato perchè ritengo sia controproducente. anzitutto il dato di fatto di escludere anzicchè includere i compagni, mariti, fratelli, padri di cui pure si vuol muovere la riflessione è atteggiamento che non appartiene alle nostre pratiche politiche. le differenze vanno si esaltate, in quanto ricchezza, ma con intelligenza e non attraverso la sterile affermazione della propria identità contrapposta a quella altrui. quale ragionamento, quale riflessione può mai far scaturire nella testolina dei copmpagni, padri, fratelli, mariti e fidanzati una manifestazione che non li prende in considerazione se non come controparte da combattere? a mio avviso nessuna, anzi, da ancora più peso a quel fallocentrismo che ogni giorno proviamo a combattere, come persone prima ancora che come donne.
mi sono sentita offesa in quanto donna perchè la partecipazione è cosa che non si può negare, anzi che dovrebbe essere stimolata e, invece, ci troviamo a riprodurre quelle stesse tattiche esacludenti prorpie dell'atteggiamento maschile.
una cosa è parlare di ruoli di genere, voler affermare il proprio diritto a uguali diritti e uguali dignità, voler denunciare il fenomeno sotterraneo (e nemmeno troppo) della violenza sulle donne. altra cosa è voler fare tutto ciò ponendosi da una posizione dominante, anzi, peggio ancra, esclusiva.
è, a mio avviso, un discorso pericoloso.
non mi meraviglierei affato se, a partire da questi presupposti, le compagne scacciassero sabato una trans, o un ragazzo gay dal loro corteo. eppure parliamo di persone che, quanto e ancor più delle donne, sono soggetti ad esclusione, a violenza, a pregiudizio. non mi meraviglierei se qualcuna di queste signore dicesse loro che si tratta di un altro sesso, di un altro genere, di una diversa sensibilità. errore madornale, a mio avviso, imperdonabile. come imperdonabile è la scelta escludente rispetto ai compagni.
 cosa penseranno mai questi signori guardanado il tg la sera o leggendo il giornale la mattina? si sentiranno parte in causa?sentiranno la loro responsabilità nei confronti di tutto questo? metteranno forse in discussione le proprie azioni, l'esercizio di potere che ogni giorno mettono in atto nei confronti di noi  donne come delle nostre compagne lesbiche o trans, o nei confronti dei compagni gay?
il fallocentrismo, necessita di una riflessione, che a mio avviso dovrebbe essere anzitutto una riflessione degli uomini e delle donne INSIEME, condivisa, collettiva.
il motivo per cui sabato non sarò a roma è che non credo che le scelte escludenti servano a qualcosa, non credo nella possibilità di cambiare il mondo attrvaerso le prese di posizione identitarie, non credo nell'efficacia di un'azione che non sia condivisa a prescindere dalle distinzioni (che sono sempre distinzioni imposte dalla società e che dunque nella società devono cambiare, nella società nella sua interezza e non solo in una parte). la presa di coscienza rispetto alla posizione dominante occuapata dagli uomini dovrebbe essere patrimonio collettivo. questo corteo non lo permette.
ecco perchè sabato non andrò a roma.
domenica, 30 settembre 2007

...voliamo di nuovo giù (solo per un giorno)

30sett 400
dopo le aggressioni omofobe svvenute nel mese di agosto a piazza bellini il movimento glt napoletano scende in piazza in una manifestazione unitaria per dire no ad omofobia, fascismo e camorra. importante essere presenti in un momento un cui ancora più forte e pressante si fa sentire l'offensiva vaticana per rivendicare dignità, diritti e laicità per tutt*.
lunedì, 17 settembre 2007

corpi, generi e sessualità: il fantasma della sinistra

...dal sito dei GC

Il fantasma della sinistra: la relazione uomini/donne:

20 ottobre:tante diversità insieme e una differenza

di Lea Melandri

La sinistra, si legge nel nuovo appello che invita alla manifestazione del 20 ottobre a Roma, su Liberazione del 9 settembre, è fatta di "tante anime", "diverse ma amiche", che hanno bisogno di raccogliersi "in un sol corpo" per avviare un progetto di società più giusta, meno frammentaria e meno soggetta alla "legge feroce del mercato". Ciò che non si dice, ma che emerge chiaramente ogni volta che si elencano i problemi "fondamentali" su cui è chiamata a esprimersi una partecipata "assemblea di popolo", è che, se queste anime sono tutte "grandi", alcune sono considerate più grandi delle altre e come tali destinate a fare da "bussola" a un gregge altrimenti smarrito.

Cambiano le analisi della fase storica che si sta attraversando - dal moderno al postmoderno, alla "società fluida" -, ma non il paradigma conseguente al primato dell'economia, che cerca ogni volta un soggetto prioritario, spinto al cambiamento da oggettive, disumane condizioni di lavoro, una sorta di "asso pigliatutto" che trova oggi, dopo il declino della classe operaia, la sua perfetta incarnazione nel modello precario, tessuto connettivo della civiltà funzionale al liberismo economico e, al medesimo tempo, virus della sua disgregazione. Intorno alla precarietà si muovono le acque agitate del governo, dei partiti e del sindacato, ma anche quel poco che sopravvive di un discorso teorico sempre più spento e ripetitivo, incapace di fermare lo sguardo sul magma confuso e contraddittorio di sentimenti che rischiano di far esplodere in modo incontrollato le relazioni sociali.
La "diversità" è sicuramente uno degli aspetti più vistosi e più interessanti della sinistra che dice di voler ripensarsi e di poter trovare, sulla base di un alternativa condivisa di società, nuove forme unificanti di aggregazione. Ma per arrivare a definire la diversità un "valore" - saperi, pratiche, cambiamenti in grado di tentare scambi e contaminazioni - è necessario innanzi tutto chiedersi quale origine hanno le "differenze" che conosciamo, in che rapporto stanno tra loro, quali tratti comuni tengono nascosti, di quali violenze, ingiustizie sono state storicamente portatrici. L'orizzontalità, su cui si vorrebbe oggi misurare la forza modificatrice dell'esistente, da parte del "popolo" della sinistra, è smentita dalla sacra, intoccabile gerarchia con cui vengono elencati ogni volta valori e soggettività interessate; la promessa di riunificazione si affianca paradossalmente al bisogno di rafforzare tratti identitari e appartenenze. L'idea di un corteo che si muove come "un sol corpo", pur avendo tante anime, evoca nostalgie comunitarie tutt'altro che estranee alla storia della sinistra, fa appello a una omogeneità immaginaria, messa, sia pure inconsapevolmente, a copertura di conflitti, lacerazioni, incapacità di ascolto reciproco.
Sulla lettura distorta e sull'uso tutto interno a partiti e maggioranza di governo, che sono stati fatti dell'appello uscito il 3 agosto su Liberazione e il manifesto , hanno già detto altri firmatari. Se finora ho taciuto, per avendo dato il mio nome, è perché dubbi, rabbia, delusione non riguardano, nel mio caso, solo le scelte fatte finora dal governo su lavoro, politiche sociali, guerra, diritti civili.

Né riguardano solo l'appropriazione da parte del ceto politico di una iniziativa nata come espressione di soggetti collettivi, movimenti, associazioni, gruppi, che riduttivamente continuano a essere definiti "società civile", quando si sa bene che sono portatori di saperi e pratiche innovative dell'idea tradizionale di politica. Neppure posso limitarmi, come Aurelio Mancuso, a fare "atto di fiducia" contando che la sinistra al governo si decida a riconoscere alla libertà e ai diritti delle persone in quanto tali lo stesso peso che dà ai diritti sociali. E la ragione è molto semplice: il patriarcato, come dominio storico di un sesso sull'altro, non è una questione riducibile a diritti, libertà, emancipazione, responsabilità etica, e nemmeno a solidarietà, una parola che compare impropriamente in entrambi gli appelli: nel primo, come solidarietà tra lavoratori e lavoratrici, di cui sarebbe garanzia il contratto nazionale, nel secondo come "struttura" della "convivenza civile tra le donne e gli uomini". Si può essere solidali con chi vive una condizione di disagio maggiore della nostra, ma se siamo noi o i nostri simili la causa di quel disagio, se a dividerci è stata una "differenza" diventata storicamente potere, sfruttamento, violenza, esclusione, ci vogliono ben altro impegno, ben altra assunzione di responsabilità, pensiero critico, desiderio profondo di cambiamento, rivalutazione del conflitto, per allacciare nuovi rapporti.
Non è un caso che il tentativo di Emiliano Brancaccio di riformulare il rapporto tra i sessi dall'interno della critica marxista, come legame tra "riproduzione del profitto e generazione dell'eros", tra "contraddizioni sociali e contraddizioni famigliari", tra economia politica e psicanalisi ( Liberazione del 22 luglio 07), sia rimasto isolato e senza seguito. Tradotta in termini, ora di "questione di genere", ora di "patriarcato", ora di "femminismo", la relazione tra uomini e donne aleggia tuttora sulla manifestazione del 20 ottobre come l'anima incollocabile della sinistra, un fantasma che si aggira in ogni suo ambito, che interroga tutte le sue "diversità" - il lavoro, le politiche sociali, il pacifismo, l'ambientalismo, i diritti civili - ma che come l'Araba fenice "dove sia nessun lo sa".
Eppure ci sono luoghi dove, lentamente ma con passione costante, si va formando quello spazio pubblico, contaminazione di percorsi diversi, che la sinistra dice di voler porre al suo orizzonte. La settimana organizzata come ogni anno dal Forumdonne di Rifondazione, che si è tenuta a Santa Marinella, dal 3 al 7 settembre, più che una "scuola di politica", è stata l'esperienza singolare, entusiasmante, di una socialità inedita - donne e uomini di età e formazione culturale e politica diversa - capace di ripensarsi collettivamente, di tener ferma l'analisi sull'intreccio di vita e politica, corpo e istituzioni sociali, inconscio e coscienza, sacro e laicità, "costruzione di sé", come luogo in cui si incrociano residui arcaici e contemporaneità, autonomia ed eteronomia - come ha sottolineato nella sua relazione Elettra Deiana - e, al medesimo tempo, rilettura di un modello di civiltà che ha bisogno di nuove chiavi interpretative. Il soggetto "uno e plurale", figura finora ambigua, oscillante tra coloriture sacre e litigiose negoziazioni di leader politici, ha già voci e volti reali, protagonisti "in carne e ossa", momenti di condivisione intellettuale ed emotiva che possono estendersi, avviare un processo di accomunamento di pratiche, attento all'individuo e alla collettività. Peccato che il rumore della politica istituzionale, amplificato dai media, reso sempre più separato e incomprensibile da una ritualità crescente, sia tale da impedire ogni, pur volonteroso, ascolto.

venerdì, 14 settembre 2007

di ritorno.

ancora un mese di assenza... rientrata a siena cerco di raccapezzarmi e rimettermi al lavoro per la tesi. mille cose da fare, mille pensieri, la mobilitazione per il 20 da costruire, le idee, i pensieri, le proposte e le aspettative per questo autunno (e per l'inverno, la primavera....) fermarsi significa morire, soccombre... rallentare i tempi, quello si, è necessario, per provare a vivere e sentire anche solo un pochettino.
in questo mese sono passata di qui tante volte, libera navigatrice... passavo e pensavo alle mille cose che avrei avuto da dire, che avrei voluto socializzare con tutti quelli che ogni tanto passano di qui... luogho e non luogo della comunicazione. avrei voluto dire del campeggio dei GC, delle mille cose fatte, dette e condivise, delle aggressioni omofobe a piazza Bellini, della REDDITOfest di Grotta e delle connessioni che scalderanno questo autunno... avrei voluto e invece ho aspettato.
ricomincio di qui, riparto da me per riprendere la mano e dire delle cose. come quando la sera prima dell'esame si chiacchiera a tavola tra coinquilini... del resto a che serve questo spazio se non a mettere in rete e condividere saperi, pensieri, idee? il rischio è quello di restare pezzi di un corpo che non sta insieme. siamo tutte protesi che non attecchiscono, il corpo vero le rigetta... una ret, si, ma una rete in cui i corpi non si toccano, non se ne vedono le forme, non se ne sentono gli odori. la persona invece c'è, è li presente e sente. ma i corpi sono importanti, un po' come le parole per nanni moretti... il corpo singolo oltre che i corpi in movimento, il fatto stesso di avere un corpo.
un corpo dice mille cose e più. vi sono inscritti significati e rappresentazioni, manifesta posizionamenti e disposizioni, è indice identitario e di appartenenza. ripartire dai corpi, dal proprio corpo e dal corpo collettivo, costruire il corpo dei corpi in movimento.
a partire da oggi, verso e oltre il 20 ottobre. sui territori, nelle università, sui posti di lavoro incontrare i corpi precari, quelli die migranti, dei lavoratori e degli studenti, i corpi dei gay e delle lesbiche, delle/i trans dei transgender. i corpi vecchi e giovani, i corpi delle donne e quelli dei bambini...
credo che così potremmo capire un sacco di cose. forse riusciremo addirittura a fare corpo. movimento.
giovedì, 14 giugno 2007

inevitabile dopo tante polemiche dire due parole...
fosse per me mi limiterei a copiare e incollare l'articolo di Maria Luisa Boccia pubblicato sul sito dei GC che (come sempre la cara prof) è delucidante oltre che lungimirante. ma checchè ne dica qualcuno ho una mia opinione (chiara e distinta diceva cartesio) sulle questioni che attanagiano la sinistra e in particolare quella che viene definita la sinistra radicale. il motivo per cui l'articolo di Maria Luisa mi sembra tanto importante è che le questioni relative all'unità delle sinistre non sono viste in maniera strumentale, ma attraverso decenni di lotte e di esperienze di movimento. il suo non è il punto di vista becero e antiquato di chi cerca di sfuggire al pogetto unitario per una mera riaffermazione distintiva, il suo "metodo" è lo studio, l'analisi, la partecipazione e il tentativo di comprensione della società. pezzo fondamentale i questo percorso è il richiamo al movimento femminista
perchè è così importante i richiamo al femminismo? perchè ci ha insegnato un altro modo di fare politica (un po' come oggi accade con il movimento glbt) con il quale dobbiamo necessariamente confrontarci se vogliamo sfuggire al gap dell'unità. potrei dirlo con parole mie, fare uno di quei panegirici che nessuno avrebbe voglia di leggere o stare a sentire, invece preferisco raccontare una storia.
ieri sera, finalmente dopo mesi di silenzio l'arcigay (associazione fantasma ad avellino, se non fosse che qualcuno dei piccoli ds segue le loro iniziative a napoli e salerno) è uscita fuori con un'iniziativa sul pride. a parte le sterili polemiche che servono veramente a poco sulla legittimità di un'niziativa che si propone come unica rappesentante in un contesto che non esperisce, vorrei dire della passerella cui ieri i pochi presenti hanno assistito. rappresentanti delle più svariate associazioni e partiti politici (improvvisamente sensibili all'argomento anche in provincia di avellino) si sono avvicendate sul palco per i saluti. prima salvatore simeone dell'arci gay, poi la ragazza dei ds, poi ancora il referente della rivista interreligiosa il dialogo, i verdi, i giovani socialisti... e noi, cioè io. ora non sto qui a dire che siamo gli unici che alla giornata di ieri (ma prima ancora a qulla di giovedì 7) ci sono arrivati attrverso un percorso che dalla candelora ci ha portato all'8 marzo no gnder e poi a piazza farnese e quindi al roma pride, ma vorrei sottolineare come anche questo dibattito che tanto ci dovrebbe insegnare dal punto di vista del confronto e della contaminazione con le diversità (di ogni genere) rischia di divnire l'altare su cui immolare l'ennesiama vittima sacrificale (e cioè, come sempre, rifondazione che ha il torto di cercare di costruire piuttosto che ritagliarsi piccoli spazi di visibilità sui mezzi di stampa). ora.. che senso ha in una piccola città come avellino fare un iniziativa con un accozzaglia di simboli che rappresentano al massimo tre persone me lo sto ancora domandando. che senso possa avere la passerella di ieri continuerò a chiedermelo per tutta la vita e forse non troverò mai una risposta. non lo accetterò mai.
io cacagliavo ieri sera su quel palco. se fossi salita e fossi stata zitta probabilmente mi avrebbero applaudito lo stesso. se solo avessero ascoltato il mio intervento, forse, non avrebbero applaudito. ma l'hanno fatto, d'altronde, è qusto il senso di una passerella... mbè: io non ci sto. a me questo genere di politica mi fa schifo. preferisco l'umiltà della gente che non si espone, che vive con reale anoscia la propria posizione (politica, individuale, di genere...) preferisco nancy. almeno lei è vera e non fa delle proprie scelte una bandiera per recuperare quel consenso che necssariamente sfugge. maria luisa nel suo articolo dice che la più grande vittoria del movimento femminista è stata sostituire pensiero e pratiche a programmi ed organizzazione. cari i miei ds: mi sa che anche voi dovreste starvene un po' a guardare e imparare da questa società (e soprattutto da questo movimento) la capacità di fare e di dire. pensiero e pratiche, altrimenti non si va da nessuna parte!
domenica, 10 giugno 2007

nobush day

senza parole... di ritorno da Roma, appena sveglia e ancora stanca dico due impressioni sul corteo nobush di ieri. l'impressione è che non ci sia niente che noi possiamo fare. revelli come diliberto, e tanti insieme a loro dicono che è mancato il coraggio di un grande dibattito interno, che dopo la spaccatura di vicenza non poteva che andare così in piazza del popolo. personalmnte non credo che sia così. credo che se vogliamo fare un analisi seria dovremmo cominciare col dire che questa stagione di movimento si è apeta contro rifondazione ed è giusto che sia così. non l'inevtabile conseguenza dopo vicenza, quando comunque si spaccò col governo e non con rifondazione, nè il prodotto dell'atteggiamento di una classe dirigente nei confronti delle sue minoranze interne. credo che siano cicli che a scadenza regolare si ripetono. credo che quindi dobbiamo cedere alle necessità della storia. anche con rammarico dobbiamo strci e reggere a candela al gioco di casarini. poi che nel corteo di ieri ci fossero la gran parte dei militanti di rifondazione, può anche passare insservato. che fino all'ultimo i compagni organizzatori hanno tenuto in forse anche la nostra partecipazione al corteo possiamo capirlo, che sia dovuta intervenire action a garantir per noi (mi riferisco ai giovani comunisti) possiamo superarlo, ma che ci si dica che rifondazione è stata abbandonata prima dagli elettori e poi dai suoi stessi militanti questo no... rifondazione era in piazza ieri e ci stava senza bandiere. le uniche bandiere che ho visto erano interne al gruppo di sinistra critica. perchè ancora non si è formalmente svolta la loro scission, mi è stato detto.
ma il partito in piazza c'era, con i corpi dei compagni  delle compagne e senza simboli, senza dover riaffermare una presenza che sarebbe stata sgradita e contestata per la sola presenza del nome rifondazione. se ce n'era poca di rifonadazione in piazza del popolo è perchè rifondazione era al corteo. a partire dai nostri rappresentanti istituzionali, dai consiglieri comunali ai parlamentari, che hanno scelto di disobbedire al partito e di contestare bush secondo pratiche e forme a noi più consone. e dunque il corteo, la manifestazione di peppe de cristofaro e compagni davanti a montecitorio, il tentativo di svincolarsela tra i vicoletti del centro romano per intravedere anche solo da lontano il presidente americano e urlargli dietro cosa si pensa di lui e della sua politica militarista.
alla fine, verso le otto, eravamo tutti in piazza del popolo. mentre qualche coglione faceva il duro con gli sbirri e i manifestanti cercavano di raggiungere la piazza, per iritrovarsi coi compagni e commentare la giornata. quanti fossimo non so dirlo. so che la piazza era quasi piena. non stracolma, ma viva, allegra, colorata. le notizie arrivavano a raffica. scontri di qua, scontri di la... noi giocavamo con le pistole ad acqua. correvamo per qualle piazza giocando e ridendo e facendoci scudo dei compagni più vecchiotti per non essere colpiti. eravamo felici. preoccupati per i compagni di piazza accanto a cui avevamo sfilato e che ora rischiavano grosso a causa di alcuni scoppiati esaltati e senza cervello. dopo rostock non ci voleva proprio. ora i giornali dicono che il movimento no global riprende dopo qualche anno di stasi e che rifondazione finisce. forse è così. finiamo o finiremo, prima o poi sicuramente.... sicuramente non siamo stati all'altezza del compito che volevamo assumerci, non siamo riusciti a portare il conflitto nel govrno, sicuramente avremmo dovuto fare di più. anche io sono delusa da molte scelte che il partito ha fatto in quest'ultimo anno, ma del resto la storia è così. poco male, se si apre una grande stagiona di movimento in cui i contenuti siano quelli che passano, diteci pure che rifondazione è brutta e cattiva, che siamo tutti guerrafondai e militaristi, se serve a dare un senso a quello che fate allora bene... fate un po' quel che vi pare. resta a mio parere che tutto si gioca sabato prossimo. resta la voglia di incidere e riuscire a cambiare qualcosa. quella di sabato possimo a roma è una battaglia di civiltà. il movimento glbt ci insegna che le differenze sono un bene così prezioso ch stre qui a scannarsi non ha senso... ci insegna a stare insieme e a rispettarci pur nelle mille differenze, di teoria e di pratiche, senza sterili polemiche o beceri ostruzionismi, smplicemente, ossa, nervi e pensiero... essere ed esserci, heidegerianamente. esser nella storia pe cambiare la storia. avremmo potuto farlo anche ieri a roma, ma ancora oggi preferiamo litigare... anomalie sinistroidi... supereremo anche questa!
postato da: kombattina alle ore 14:53 | link | commenti
categorie: pride, genere, glbtq