lunedì, 21 luglio 2008

dei generi e delle generazioni...

Riporto qui alcune riflessioni, discusse negli ultimi tempi con i compagni/e di Siena e poi al congresso provinciale del PRC. Non entro nel merito di questo congresso, delle battaglie a soun di pezzi di carta tra le mozioni 1 e 2. è una logica che mi appartiene poco e mi piace ancor meno. Credo invece che ci sia bisogno di ben altro impegno, di una determinazione altrettanto forte, ma su ben altre questioni.

Riporto questo intervento che come ha detto qualcuno ci prende un po' in giro. è un idea che mi piace, credo davvero che prendersi in giro possa insegnare a prendersi un po' più sul serio. Credo contenga riflessioni importanti. e che dovremmo ragionare di più su queste cose, sulle categorie che utilizziamo, sul modo in cui ci posizioniamo, sui nostri ruoli.
Spero valga almeno un po', questo mio misero contributo come quelli di tanti altri compagni/e sui territori, a distogliere il pensiero dalle mozioni, dalle guerre fratricide, dalle battaglie interne o lotte intestine che in questi giorni hanno mostrato di rifondazione la faccia peggiore.


Dal 2001 ormai cominciamo i nostri documenti, discorsi o dibattiti con “Siamo la “generazione di Genova”, siamo uomini e donne, giovani e meno giovani...” ma forse dovremmo mettere a fuoco proprio le questioni che stanno dietro a questa formula tanto nostra, che sentiamo appartenerci al punto da utilizzarla per sintetizzare, rappresentare e mostrare la nostra identità.

Quando diciamo “siamo la generazione di Genova” già poniamo in essere una distinzione. La distinzione è quella che ci separa dalle generazioni precedenti, dai nostri padri e zii degli anni '60 e '70, dai nostri compagni, quelli che stanno nelle stanze affianco alle nostre, quando ci sono due stanze nelle nostre sedi, i compagni del partito, mentre noi siamo i gc, come se ci fosse poi una vera distinzione.... i compagni che oggi stanno qui affianco a noi e ci ascoltano, ma che qualche volta mentre parliamo nelle assemblee di circolo o nei cpf non ci stanno a sentire. O magari nel circolo si, che la è diverso, ma poi al lavoro, al sindacato, all'università...

Siamo la generazione di Genova, non siamo, politicamente, i figli del '68. Ci teniamo a chiarirlo. Abbiamo provato a reinventarci la politica, ad inventarci un modo nuovo di costruire partecipazione e, attraverso la partecipazione, alternative di società.

Siamo uomini e donne. Siamo la generazione del genere, anzi transgenere. Siamo i figli della cultura femminista, dalle nostre madri zie e sorelle maggiori abbiamo appreso un metodo, da loro abbiamo imparato la necessità di de-costruire i fenomeni che viviamo, le realtà che agiamo, le cose in cui crediamo, abbiamo imparato a de-costruire noi stessi... a posizionarci, a dire chi siamo, se non dove andiamo, cosa pensiamo, a non lasciare spazio al non detto, ma siamo andati oltre. Abbiamo provato a declinare il genere in senso maschile, ad affrontare la criticità di fronte a cui ci poneva, a fare dell'elemento di crisi una risorsa da condividere e su cui crescere, scomporsi come singoli e ricomporsi come corpo.

I conflitti del genere sono divenuti il nostro pane quotidiano. La dinamica dell'interiorità/esteriorità è il conflitto che affrontiamo tutti i giorni. Le relazioni che viviamo mostrano la liquidità delle distinzioni che dividono la società in uomini e donne (eterosessuali, senza dubbio eterosessuali) e insieme ad essa, il lavoro, la vita pubblica e privata. Per noi il privato e il politico sono categorie analitiche del passato, null'altro. Per noi la questione di genere non è più solo quella del genere femminile, esso rappresenta la fragilità di una costruzione che è crollata mostrando le dinamiche di potere e le imposizioni che nascondeva. Genere per noi significa scelta. La possibilità di scegliere. Il presupposto di tutte le scelte.

Siamo giovani e meno giovani. L'eterno conflitto. Come se essere giovani significasse necessariamente qualcosa, imponesse certi comportamenti, la predisposizione ad assumere determinati atteggiamenti. Come se la generazione avesse un effetto sostanziante, come se essere giovani significasse la stessa cosa in tutto il mondo, in Italia come in Messico o in Burkina Faso; un fenomeno transnazionale che unisce i giovani di tutta la terra e legittima l'antagonismo proprio come fenomeno generazionale. Un po' quel che è successo con il '68, quando in piazza c'era ben più di una generazione eppure a 40 anni di distanza è una la generazione innalzata a paladina di quella stagione di lotte.

E ancora, La nostra “questione generazionale” è la precarietà. Ma sappiamo bene come la precarietà sia minimo comun denominatore di un'epoca e non dell'essere in un epoca di una generazione. Sostanzialmente una stronzata, ma funzionale a delimitare un problema e quindi a relegarlo a una determinata realtà. Un buon modo per sviare il discorso, per non affrontarlo.

Ma la precarietà non è una condizione generazionale. Proprio il genere ce lo dimostra. Un concetto fluido e precario, che travalica sempre i limiti che la società impone. Essere maschi o femmine non significa sempre necessariamente la stessa cosa, è la società che impone i ruoli e le identità del maschile e del femminile. E maschile e femminile non sono mai qualcosa di predeterminato, ma si giocano, sempre sul terreno delle lotte sociali e dei conflitti di “classe”.

Ecco, tutto questo discorso per arrivare a dire che le accuse che ci sono state mosse in periodo post-elettorale di occuparci esclusivamente di gay e transessuali sono accuse che ribaltiamo e rivendichiamo a piena voce. Occuparci dei conflitti di genere per noi significa scendere su un campo in cui la sfida culturale è aperta e la posta in gioco altissima, significa mettere in discussione le categorie stesse attraverso cui guardiamo il reale. E mettere in discussione queste categorie è il primo passo verso la ribellione.

Una ribellione che, ci teniamo a ribadirlo non deve essere un fenomeno generazionale, come non lo è stata genova, ma deve unire i generi e le generazioni, mettere in crisi i preconcetti, sovvertire i presupposti.

Per questo proponiamo di cominciare a lavorare da subito alla costruzione di un tavolo glbte, laddove la e finale, inusuale, chiama a raccolta anche il mondo eterosessuale.

Crediamo sia questo uno dei primi fondamentali passi per cominciare a ragionare dei ruoli e quindi delle posizioni di potere che ciascuno di noi, maschio, femmina, gay etero o transex che sia occupa.


mercoledì, 23 gennaio 2008

pensieri indigeni

ho aspettato un po’ di tempo per cercare di somatizzare le esperienze, di interiorizzare quel che i miei occhi avevano visto, le parole udite, le sensazioni provate… a una certa mi sono resa conto che chissà quanto ci vorrà, chissà quanto ci vorrebbe perchè io fossi capace di descrivere quegli occhi, gli sguardi, la dignità… allora ho pensato che, infondo, l’unico senso di quest’esperienza è la condivisione, la possibilità di socializzare le emozioni, di farne patrimonio collettivo.

non so bene ancora come. non riesco ad immaginare un modo per spiegare questa cosa, non riesco ad inventarmelo. so che la cosa più imposrtante che ho imparato, quella che più di tutte mi è rimasta dentro, è l’idea di non essere soli, di avere sempre qualcuno accanto, di essere tutti, in qualche modo, indigeni. quell’idea di dignità dell’essere umano che sembrerebbe sparita nella storia della cultura occidentale con l’illuminismo, che,  dopo, sembrerebbe non aver lasciato traccia. quell’idea che lo stesso comunismo ha sacrificato alla riuscita della rivoluzione, fallendo, alla fine, il suo “grande compito storico”.

l’idea del rispetto (del rispetto reciproco e rispetto delle regole giuste), l’idea della collettività, dell’essere una comunità, una moltitudine.

ieri sera ragionavamo tra le altre cose della nostra capacità/disponibilità a costruire insieme un progetto collettivo. qualcuno era entusista, qualcun altro disilluso. c’era chi ci andava piano nel fare progetti e chi provava a fare bilanci. chi non si sentiva più parte, chi di nuovo, chi per la prima volta. mi è sembrata un occasione di confronto, una di quelle situazioni in cui ti senti una piccola parte di un tutto, come tra gli indigeni.

ecco. è un modo per dire che ieri sono stata bene e che credo che ciascuna delle parole pronunciate sia per ciascuno di noi una risorsa. credo che andare serva soprattutto a tornare, a imparare, ad ascoltare. a imparare ad ascoltare. credo che possiamo provarci. e che lo spirito che deve giudarci è quello della curiosità, della capacità di meravigliarsi, di farsi stupire. qui come altrove quello che conta è la capacità di farsi coinvolgere, di farsi contaminare. è vita. è bello

postato da: kombattina alle ore 22:19 | link | commenti (5)
categorie: pensieri, sogni, sentimenti, movimenti, chiapas, formazione, voli, lotte, gc
venerdì, 21 dicembre 2007

spicco il volo

eccoci...
dopo un tot di giorni di passaggio silente mi decido a riprendere a battere le dita sulla tastiera.
non cazzi miei questa volta, non stati emotivi o penseri segreti, nemmno impressioni su vicenza (credo non ne valga nemmeno la pena), piutosto la fibrillazione, le mille sensazioni rispetto a quello che mi appresto a vivere.
-6 giorni alla partenza.
volo in chiapas, al terzo incontro dei popoli zapatisti con i popoli del mondo, per la prima volta completamente dedicato e gestito dalle donne zapatiste.
porta il nome della comandanta Ramona questo terzo incontro e si svolgerà al Caracol de La Grrucha,

forse sarebbe il caso che mi dilungassi con mille informazioni sul levantamiento del 94, sulle giunte del buo governo, sulla situazione attuale... invece ho voglia di parlare della sovreccitazione, del tremolio intenso e freddo che mi attraversa la pelle, la carne, le ossa...
un'emozione preventiva e profonda che non so descrivere, ma che sento così intimamente mia...

quanto mi cambierà questa cosa? sarò sempre io al mio ritorno? le cose avranno un altro senso?
interrograsi è d'obbligo, condividere lo è altrettanto...
ultima giornata senese. domani avellino, poi natale in paese e poi...
la cosa più bella è sapere che quest'esperienza potrò condividerla con le compagne...

fibrillazione alle stelle. una farfalla prende il volo verso il chiapas...
una farfalla che porta dentro mille voci, mille occhi, uomini e donne e bambini...
volo via anche per voi... perchè anche questa possa essere un esperienza collettiva... vorrei che tutti potesse vedere attraverso i miei occhi, sentire atraverso le mie orecchie, toccare attraverso le mie mani... 
vi porto dentro.
postato da: kombattina alle ore 18:55 | link | commenti (3)
categorie: sentimenti, movimenti, chiapas, formazione, voli, lotte, farfalle rosse, gc
giovedì, 06 dicembre 2007

conversazione nel 1972

DELEUZE: il movimento rivoluzionaro attuale ha più centri, e non è debolezza ed insufficienza, poichè una certa totalizzazione appartiene piuttosto al potere ed alla reazione. per esempio il Vietnam è una formidabile risposta locale. Ma come concepire i rapporti, i collegamenti trasversali tra questi punti di vista discontinui, da un paese all'altro o all'interno di uno stesso paese?
FOUCAULT: (...) Le donne, i prigionieri, i soldati di leva, i malati negli ospedali, gli omosessuali, hanno iniziato in questo momento una lotta specifica contro la forma particolare di potere, di costrizione, di controllo che si esercita su di loro. tali lotte fanno parte oggi del movimento rivoluzionario, a condizione che siano radicali, senza compromessi nè riformismi, senza tentativi di riorganizzare lo stesso potere con al massimo un cambiamento di titolare. e questi movimenti sono legati al movimento rivoluzionario del prletariato (considerate che questa conversazione si svolge nel 1972) nella misura in cui quest'ultima deve combattere tutti controlli e le costrizioni che riproducono dappertutto lo stesso potere.
giovedì, 29 novembre 2007

sondaggio fai da te sulla percezione del potere

che cos'è il potere? è una forma di repressione? è qualcosa che i più forti esercitano sui deboli? è qualcosa che proibisce o che produce? e dov'è il potere? nelle istituzioni? negli apparati buriocratici? oppure è qualcosa di diffuso? come si manifesta? in quali ambiti?
insomma: che significa oggi potere? sto cercando di capire...
parliamone!
postato da: kombattina alle ore 08:32 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, fatti, crisi, formazione, assurdità
martedì, 20 novembre 2007

109.

anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha minacciato le vostre 1100
anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti
mercoledì, 17 ottobre 2007

assurdità di una giornata mobilitata

oggi sembra non finire più... giornta cominciata a colloquio dalla boss, che ha letto e corretto i miei lavori, restandone sufficientemente soddisfatta, poi assemblea di presentazione dei corsi di laurea, banchetto a lettere per il 20 ottobre e finalmente casa... due minuti per guardare i giornali di oggi, finalmente, un attimo di pace. homepage di repubblica: wellfare raggiunta l'intesa (si, vabbè, fino a quando?) calderoli che chiede di tagliare i fondi alla Montalcini (sarà a causa sua, infatti, che il pane aumenta, gli affitti pure, le tasse non ne parliamo!)... sondaggio sulla fiducia al governo degli italiani: grillo e PD non smuovono gli elttori (altrimente avremmo dovuto veramente preoccuparci)... vaticano: 23 nuovi cardinali (che ce ne sono pochi)  ma il meglio viene alla fine...
ultima notizia in fondo alla pagina:I NERI MENO INTELLIGENTI DEI BIANCHI  ultima teoria del pionere del DNA.  ma dico... siamo impazziti? e così James Watson, uno dei più eminenti scienziati di fama internazionale ha scatenato una clamorosa polemica dopo aver sostenuto che la gente nera è meno intelligente della gente bianca-scrive Repubblica- e l'idea che "l'eguaglianza della ragione" sia condivisa da tutti i gruppi razziali si è rivelata una delusione.
ok... andiamo con ordine e cerchiamo di capirci qualcosa, perchè qui c'è puzza di razzismo allo stato puro.
watson vince il nobel per la medicina nel 62, grazie al suo contributo nella scoperta della struttura del DNA.
nel 1997 questo gentile signore si sognò di affermare che una donna avrebbe dovuto avere diritto d'abortire nel caso in cui attraverso un test specifico si sarebbe provata l'omosessualità del nascituro (fonte repubblica), come se fosse possibile individuare l'orientamento sessuale di un individua attraverso un test genetico, come se la sessualità non fosse la derivazione di una serie di fattori sociali, culturali, storici, antropologici e in certi casi economici (sex work)... come se fosse possibile stabilire a priori l'orientamento sessuale di un individuo senza calarlo nel tessuto sociale. ancora questo brillante scienziato avrebbe a un certo punto provato a stabilire delle connessioni tra colore della pelle e comportamento sessuale sentenziando che i neri avrebbero una libido maggiore (che avesse qualche complesso d'inferiorità?) e dunque che sarebbero automanticamente arretrati, selvaggi, primitivi rispetto al maschio macho occidentale che sa contenere le proprie pulsioni e controlla la libido. queste bestie nere.
e continua il quotidiano nazionale a riportare i deliri dell'autorevole scienziato il quale ha argomentato la sua ultima scioccante affermazione sull'inferiorità delle persone di colore, sulla loro stupidità che "è un desiderio naturale" che tutti gli esseri umani siano uguali, ma "chi ha a che fare con dipendenti di colore pensa che questo non sia vero". affermazioni che, credo, non meritino alcun commento... parlamentari inglesi indignati si mobilitano contro le affermazioni del premio nobel, la commission dei diritti umani sta vagliando parola per parola le dichiarazioni di watson, ma l'indignazione sale e il solo pensiero che nel 2007 si possa incappare in dichiarazioni del genere deprime.
che un vechietto deliri è anche possibile, ma questo signore sembra aver delirato per tutta la vita, se non in un unica, fortunata occasione. tra le varie, infatti, egli è uno strenuo sostenitore degli OGM, unica alternativa possibile, a suo avviso, perchè in grado di resistere ai disastri ambientali (ai quali non si sa come secondo lui l'uomo potrebbe riuscire a sopravvivere).

dopo questa bella intossicata, anche alquanto buffa, se vogliamo, ridicola, ma preocupante, mi tocca rimettermi al lavoro e riprendere in mano la storia della sessualità, michel foucault e le mie cose, che poi un giorno vi racconterò (forse). una cosa è certa: i vecchi rincoglioniti, teniamoli a casa!

p.s. (ma alla Montalcini i sodi lasciamoglieli, che almeno fors ein questo paese si fa un po' di ricerca!)
lunedì, 17 settembre 2007

corpi, generi e sessualità: il fantasma della sinistra

...dal sito dei GC

Il fantasma della sinistra: la relazione uomini/donne:

20 ottobre:tante diversità insieme e una differenza

di Lea Melandri

La sinistra, si legge nel nuovo appello che invita alla manifestazione del 20 ottobre a Roma, su Liberazione del 9 settembre, è fatta di "tante anime", "diverse ma amiche", che hanno bisogno di raccogliersi "in un sol corpo" per avviare un progetto di società più giusta, meno frammentaria e meno soggetta alla "legge feroce del mercato". Ciò che non si dice, ma che emerge chiaramente ogni volta che si elencano i problemi "fondamentali" su cui è chiamata a esprimersi una partecipata "assemblea di popolo", è che, se queste anime sono tutte "grandi", alcune sono considerate più grandi delle altre e come tali destinate a fare da "bussola" a un gregge altrimenti smarrito.

Cambiano le analisi della fase storica che si sta attraversando - dal moderno al postmoderno, alla "società fluida" -, ma non il paradigma conseguente al primato dell'economia, che cerca ogni volta un soggetto prioritario, spinto al cambiamento da oggettive, disumane condizioni di lavoro, una sorta di "asso pigliatutto" che trova oggi, dopo il declino della classe operaia, la sua perfetta incarnazione nel modello precario, tessuto connettivo della civiltà funzionale al liberismo economico e, al medesimo tempo, virus della sua disgregazione. Intorno alla precarietà si muovono le acque agitate del governo, dei partiti e del sindacato, ma anche quel poco che sopravvive di un discorso teorico sempre più spento e ripetitivo, incapace di fermare lo sguardo sul magma confuso e contraddittorio di sentimenti che rischiano di far esplodere in modo incontrollato le relazioni sociali.
La "diversità" è sicuramente uno degli aspetti più vistosi e più interessanti della sinistra che dice di voler ripensarsi e di poter trovare, sulla base di un alternativa condivisa di società, nuove forme unificanti di aggregazione. Ma per arrivare a definire la diversità un "valore" - saperi, pratiche, cambiamenti in grado di tentare scambi e contaminazioni - è necessario innanzi tutto chiedersi quale origine hanno le "differenze" che conosciamo, in che rapporto stanno tra loro, quali tratti comuni tengono nascosti, di quali violenze, ingiustizie sono state storicamente portatrici. L'orizzontalità, su cui si vorrebbe oggi misurare la forza modificatrice dell'esistente, da parte del "popolo" della sinistra, è smentita dalla sacra, intoccabile gerarchia con cui vengono elencati ogni volta valori e soggettività interessate; la promessa di riunificazione si affianca paradossalmente al bisogno di rafforzare tratti identitari e appartenenze. L'idea di un corteo che si muove come "un sol corpo", pur avendo tante anime, evoca nostalgie comunitarie tutt'altro che estranee alla storia della sinistra, fa appello a una omogeneità immaginaria, messa, sia pure inconsapevolmente, a copertura di conflitti, lacerazioni, incapacità di ascolto reciproco.
Sulla lettura distorta e sull'uso tutto interno a partiti e maggioranza di governo, che sono stati fatti dell'appello uscito il 3 agosto su Liberazione e il manifesto , hanno già detto altri firmatari. Se finora ho taciuto, per avendo dato il mio nome, è perché dubbi, rabbia, delusione non riguardano, nel mio caso, solo le scelte fatte finora dal governo su lavoro, politiche sociali, guerra, diritti civili.

Né riguardano solo l'appropriazione da parte del ceto politico di una iniziativa nata come espressione di soggetti collettivi, movimenti, associazioni, gruppi, che riduttivamente continuano a essere definiti "società civile", quando si sa bene che sono portatori di saperi e pratiche innovative dell'idea tradizionale di politica. Neppure posso limitarmi, come Aurelio Mancuso, a fare "atto di fiducia" contando che la sinistra al governo si decida a riconoscere alla libertà e ai diritti delle persone in quanto tali lo stesso peso che dà ai diritti sociali. E la ragione è molto semplice: il patriarcato, come dominio storico di un sesso sull'altro, non è una questione riducibile a diritti, libertà, emancipazione, responsabilità etica, e nemmeno a solidarietà, una parola che compare impropriamente in entrambi gli appelli: nel primo, come solidarietà tra lavoratori e lavoratrici, di cui sarebbe garanzia il contratto nazionale, nel secondo come "struttura" della "convivenza civile tra le donne e gli uomini". Si può essere solidali con chi vive una condizione di disagio maggiore della nostra, ma se siamo noi o i nostri simili la causa di quel disagio, se a dividerci è stata una "differenza" diventata storicamente potere, sfruttamento, violenza, esclusione, ci vogliono ben altro impegno, ben altra assunzione di responsabilità, pensiero critico, desiderio profondo di cambiamento, rivalutazione del conflitto, per allacciare nuovi rapporti.
Non è un caso che il tentativo di Emiliano Brancaccio di riformulare il rapporto tra i sessi dall'interno della critica marxista, come legame tra "riproduzione del profitto e generazione dell'eros", tra "contraddizioni sociali e contraddizioni famigliari", tra economia politica e psicanalisi ( Liberazione del 22 luglio 07), sia rimasto isolato e senza seguito. Tradotta in termini, ora di "questione di genere", ora di "patriarcato", ora di "femminismo", la relazione tra uomini e donne aleggia tuttora sulla manifestazione del 20 ottobre come l'anima incollocabile della sinistra, un fantasma che si aggira in ogni suo ambito, che interroga tutte le sue "diversità" - il lavoro, le politiche sociali, il pacifismo, l'ambientalismo, i diritti civili - ma che come l'Araba fenice "dove sia nessun lo sa".
Eppure ci sono luoghi dove, lentamente ma con passione costante, si va formando quello spazio pubblico, contaminazione di percorsi diversi, che la sinistra dice di voler porre al suo orizzonte. La settimana organizzata come ogni anno dal Forumdonne di Rifondazione, che si è tenuta a Santa Marinella, dal 3 al 7 settembre, più che una "scuola di politica", è stata l'esperienza singolare, entusiasmante, di una socialità inedita - donne e uomini di età e formazione culturale e politica diversa - capace di ripensarsi collettivamente, di tener ferma l'analisi sull'intreccio di vita e politica, corpo e istituzioni sociali, inconscio e coscienza, sacro e laicità, "costruzione di sé", come luogo in cui si incrociano residui arcaici e contemporaneità, autonomia ed eteronomia - come ha sottolineato nella sua relazione Elettra Deiana - e, al medesimo tempo, rilettura di un modello di civiltà che ha bisogno di nuove chiavi interpretative. Il soggetto "uno e plurale", figura finora ambigua, oscillante tra coloriture sacre e litigiose negoziazioni di leader politici, ha già voci e volti reali, protagonisti "in carne e ossa", momenti di condivisione intellettuale ed emotiva che possono estendersi, avviare un processo di accomunamento di pratiche, attento all'individuo e alla collettività. Peccato che il rumore della politica istituzionale, amplificato dai media, reso sempre più separato e incomprensibile da una ritualità crescente, sia tale da impedire ogni, pur volonteroso, ascolto.

venerdì, 14 settembre 2007

di ritorno.

ancora un mese di assenza... rientrata a siena cerco di raccapezzarmi e rimettermi al lavoro per la tesi. mille cose da fare, mille pensieri, la mobilitazione per il 20 da costruire, le idee, i pensieri, le proposte e le aspettative per questo autunno (e per l'inverno, la primavera....) fermarsi significa morire, soccombre... rallentare i tempi, quello si, è necessario, per provare a vivere e sentire anche solo un pochettino.
in questo mese sono passata di qui tante volte, libera navigatrice... passavo e pensavo alle mille cose che avrei avuto da dire, che avrei voluto socializzare con tutti quelli che ogni tanto passano di qui... luogho e non luogo della comunicazione. avrei voluto dire del campeggio dei GC, delle mille cose fatte, dette e condivise, delle aggressioni omofobe a piazza Bellini, della REDDITOfest di Grotta e delle connessioni che scalderanno questo autunno... avrei voluto e invece ho aspettato.
ricomincio di qui, riparto da me per riprendere la mano e dire delle cose. come quando la sera prima dell'esame si chiacchiera a tavola tra coinquilini... del resto a che serve questo spazio se non a mettere in rete e condividere saperi, pensieri, idee? il rischio è quello di restare pezzi di un corpo che non sta insieme. siamo tutte protesi che non attecchiscono, il corpo vero le rigetta... una ret, si, ma una rete in cui i corpi non si toccano, non se ne vedono le forme, non se ne sentono gli odori. la persona invece c'è, è li presente e sente. ma i corpi sono importanti, un po' come le parole per nanni moretti... il corpo singolo oltre che i corpi in movimento, il fatto stesso di avere un corpo.
un corpo dice mille cose e più. vi sono inscritti significati e rappresentazioni, manifesta posizionamenti e disposizioni, è indice identitario e di appartenenza. ripartire dai corpi, dal proprio corpo e dal corpo collettivo, costruire il corpo dei corpi in movimento.
a partire da oggi, verso e oltre il 20 ottobre. sui territori, nelle università, sui posti di lavoro incontrare i corpi precari, quelli die migranti, dei lavoratori e degli studenti, i corpi dei gay e delle lesbiche, delle/i trans dei transgender. i corpi vecchi e giovani, i corpi delle donne e quelli dei bambini...
credo che così potremmo capire un sacco di cose. forse riusciremo addirittura a fare corpo. movimento.