Una storia di storie
È la storia di una generazione intera, di più generazioni in una stagione di lotte. Una storia di sogni ed illusioni, di errori e di infamate, di calcoli spregiudicati e di insospettabili ingenuità.
È una storia che, come tutte le storie, è oggetto di revisione, di rilettura, di rivalutazione.
Come ha giustamente scritto Ida Dominijani sul manifesto di oggi (29/7/08) parlando del ripristino come la strategia adottata da questo VII congresso, “ciò che rende più pesante tale strategia è che essa si abbatte anche e in primo luogo sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività, sporgendosi non verso posizioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata che non è priva di limiti culturali e di comportamento- continua la Dominijani- certo è che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione di incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. È anche, forse in primo luogo, a quest'esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire “adesso basta!”. Ed è per questo, dice ancora la Dominijani, che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico”.
A me sembra che le osservazioni della compagna del Manifesto siano centrali, tanto più perchè vengono da un' osservatrice, una compagna, estranea alle beghe interne e ai tatticismi di partito, che forse può gettare un velo di luce sul buio calato a Chianciano.
Le analisi, credo, verranno poi, quando almeno questa “nuova” dirigenza avrà delineato, attraverso la formazione della segreteria nazionale e attraverso le prime prese di posizione sulla politica italiana e internazionale, una linea chiara, perchè per il momento sappiamo da Ferrero che Rifondazione è per l'abbandono delle giunte, ma anche per il governo locale col Pd, per la democrazia di genere, ma anche antifemminista -almeno in una fetta consistente della sua componente dirigenziale- per l'innovazione ma anche tradizionalista... tutto insomma fuorchè chiara, a dispetto delle sbracciate affermazioni del neo-segretario del Prc.
Quel che certamente ora si può fare è raccontare. Fatti, non valutazioni. Il come, prima ancora che il cosa, le strategie, o meglio le tattiche che sono state messe in campo per il raggiungimento del fine, le pratiche, i metodi, chè la politica è fatta soprattutto di queste, soprattutto per dei comunisti.
Una storia penosa, vi avviso fin da subito, che mi ricorda e ripropone quella sensazione insopportabile che infonde La nausea di Jean Paul Sartre.
Una sensazione di sconcerto, non sconforto, di stanchezza, pesantezza, spossamento di fronte all'assurdità dei fatti, alla incombente sconfitta dell'umano, della passione, del sentimento, anzitutto di quel sentimento di comunità che pure viene tanto invocato. Ma la possibilità di ribellarsi esiste.
Ci tengo a precisare una cosa. Io non credo che Rifondazione sia finita. Credo certamente che una parte di Rifondazione si sia spostata a destra, ma del resto è un classico, dopo le sconfitte accade sempre. L'arroccamento, la riproposizione identitaria e fissa, statica, la negazione di una storia comune, la rilettura di quella storia e il revisionismo, reazionario, che assicura e da certezze contro la paura della sfida. Le sinistre dovrebbero essere abituate alle sfide, tanto più dovrebbero esserlo i comunisti. Abituati a perdere, ma non per questo arrendevoli. Cedere all'identità in un momento in cui, a livello teorico e anzitutto pratico, si cerca di decostruire questa categoria che tanti danni ha fatto nel corso del '900 e ancora nella postmodernità, mi sembra un chiaro passo indietro, una svolta a destra, non certo a sinistra come invece dichiara il documento congressuale approvato da quella maggioranza bulgara e algebrica che ha trionfato, per un solo voto, al congresso di Chianciano.
Credo che alcuni aspetti vadano assolutamente sottolineati, alcune pratiche, modalità dell'agire che nulla hanno a che fare con la cultura e la morale di chi si definisce comunista, di chi porta il carico di una storia di ribellione e rivolta, della storia più bella, forse, che il genere umano abbia mai raccontato. Non è una favola. È la lotta di liberazione dei nostri padri e nonni, l'eredità da cui veniamo e a cui non ci fermiamo, un eredità etica, culturale, fatta di principi e di insegnamenti non dogmatici, non statici. Una storia incarnata nei corpi maciullati della Diaz, nelle strade chiuse intorno a piazza Municipio, nelle corse per i verdi prati di Rostock, nei corpi che difendono corpi in Palestina, a Napoli, a Bolon Ajaw. Niente di questa storia era nelle modalità di svolgimento del congresso di Chianciano. A farla da padrone era il sospetto, la diffidenza, il rancore, l'odio.
C'era sospetto, diffidenza, rancore e odio nel rifiuto da parte della commissione politica di una proposta unitaria avanzata dal II documento e poi immediatamente ritirata per paura che si paventasse un'imposizione. C'era sospetto, rancore, odio nella formulazione di un documento in cinque punti in assenza di una parte consistente del partito e c'era il becero tatticismo nella volontà di non discutere collettivamente quei cinque punti, di far entrare in stallo la discussione appena al primo punto. C'era sospetto, rancore, diffidenza, paura nella decisione di stendere quel documento in assenza dei compagni della seconda mozione e di proporlo poi loro, bell'e fatto. C'era sospetto, diffidenza, rancore, nelle urla contro i compagni di Castellammare, di Bagnoli, di Reggio Calabria, contro tutti i compagni mafiosi del sud. E c'era sospetto, diffidenza, paura nella richiesta dell'appello nominale per la votazione dei due documenti congressuali, come se l'unità politica tanto declamata potesse non trovare poi un riscontro pratico e avesse quindi bisogno di essere controllata. E c'era rancore nelle urla a squarcia gola di quanti cantavano bandiera rossa rivolti ai compagni della seconda mozione, come se fosse un atto di sfida, come se quella non fosse la canzone di tutti, come se fossero i Vendola, i de Palma, le Gagliardi o le Caroline i nemici numero uno del comunismo, di quel movimento il cui obbiettivo è cambiare lo stato di cose presente. Quanto di più lontano tutto questo sospetto, tutto questo rancore, dall'idea di comunità, da quell'idea che ci ha permesso e ci permette di chiamarci compagni, di riconoscerci, di sorriderci, di sentirci parte ci una comunità, figli di una stessa storia, prima ancora che di un partito.
È la storia di una generazione intera, di più generazioni in una stagione di lotte. Una storia di sogni ed illusioni, di errori e di infamate, di calcoli spregiudicati e di insospettabili ingenuità.
È una storia che, come tutte le storie, è oggetto di revisione, di rilettura, di rivalutazione.
Come ha giustamente scritto Ida Dominijani sul manifesto di oggi (29/7/08) parlando del ripristino come la strategia adottata da questo VII congresso, “ciò che rende più pesante tale strategia è che essa si abbatte anche e in primo luogo sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività, sporgendosi non verso posizioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata che non è priva di limiti culturali e di comportamento- continua la Dominijani- certo è che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione di incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. È anche, forse in primo luogo, a quest'esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire “adesso basta!”. Ed è per questo, dice ancora la Dominijani, che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico”.
A me sembra che le osservazioni della compagna del Manifesto siano centrali, tanto più perchè vengono da un' osservatrice, una compagna, estranea alle beghe interne e ai tatticismi di partito, che forse può gettare un velo di luce sul buio calato a Chianciano.
Le analisi, credo, verranno poi, quando almeno questa “nuova” dirigenza avrà delineato, attraverso la formazione della segreteria nazionale e attraverso le prime prese di posizione sulla politica italiana e internazionale, una linea chiara, perchè per il momento sappiamo da Ferrero che Rifondazione è per l'abbandono delle giunte, ma anche per il governo locale col Pd, per la democrazia di genere, ma anche antifemminista -almeno in una fetta consistente della sua componente dirigenziale- per l'innovazione ma anche tradizionalista... tutto insomma fuorchè chiara, a dispetto delle sbracciate affermazioni del neo-segretario del Prc.
Quel che certamente ora si può fare è raccontare. Fatti, non valutazioni. Il come, prima ancora che il cosa, le strategie, o meglio le tattiche che sono state messe in campo per il raggiungimento del fine, le pratiche, i metodi, chè la politica è fatta soprattutto di queste, soprattutto per dei comunisti.
Una storia penosa, vi avviso fin da subito, che mi ricorda e ripropone quella sensazione insopportabile che infonde La nausea di Jean Paul Sartre.
Una sensazione di sconcerto, non sconforto, di stanchezza, pesantezza, spossamento di fronte all'assurdità dei fatti, alla incombente sconfitta dell'umano, della passione, del sentimento, anzitutto di quel sentimento di comunità che pure viene tanto invocato. Ma la possibilità di ribellarsi esiste.
Ci tengo a precisare una cosa. Io non credo che Rifondazione sia finita. Credo certamente che una parte di Rifondazione si sia spostata a destra, ma del resto è un classico, dopo le sconfitte accade sempre. L'arroccamento, la riproposizione identitaria e fissa, statica, la negazione di una storia comune, la rilettura di quella storia e il revisionismo, reazionario, che assicura e da certezze contro la paura della sfida. Le sinistre dovrebbero essere abituate alle sfide, tanto più dovrebbero esserlo i comunisti. Abituati a perdere, ma non per questo arrendevoli. Cedere all'identità in un momento in cui, a livello teorico e anzitutto pratico, si cerca di decostruire questa categoria che tanti danni ha fatto nel corso del '900 e ancora nella postmodernità, mi sembra un chiaro passo indietro, una svolta a destra, non certo a sinistra come invece dichiara il documento congressuale approvato da quella maggioranza bulgara e algebrica che ha trionfato, per un solo voto, al congresso di Chianciano.
Credo che alcuni aspetti vadano assolutamente sottolineati, alcune pratiche, modalità dell'agire che nulla hanno a che fare con la cultura e la morale di chi si definisce comunista, di chi porta il carico di una storia di ribellione e rivolta, della storia più bella, forse, che il genere umano abbia mai raccontato. Non è una favola. È la lotta di liberazione dei nostri padri e nonni, l'eredità da cui veniamo e a cui non ci fermiamo, un eredità etica, culturale, fatta di principi e di insegnamenti non dogmatici, non statici. Una storia incarnata nei corpi maciullati della Diaz, nelle strade chiuse intorno a piazza Municipio, nelle corse per i verdi prati di Rostock, nei corpi che difendono corpi in Palestina, a Napoli, a Bolon Ajaw. Niente di questa storia era nelle modalità di svolgimento del congresso di Chianciano. A farla da padrone era il sospetto, la diffidenza, il rancore, l'odio.
C'era sospetto, diffidenza, rancore e odio nel rifiuto da parte della commissione politica di una proposta unitaria avanzata dal II documento e poi immediatamente ritirata per paura che si paventasse un'imposizione. C'era sospetto, rancore, odio nella formulazione di un documento in cinque punti in assenza di una parte consistente del partito e c'era il becero tatticismo nella volontà di non discutere collettivamente quei cinque punti, di far entrare in stallo la discussione appena al primo punto. C'era sospetto, rancore, diffidenza, paura nella decisione di stendere quel documento in assenza dei compagni della seconda mozione e di proporlo poi loro, bell'e fatto. C'era sospetto, diffidenza, rancore, nelle urla contro i compagni di Castellammare, di Bagnoli, di Reggio Calabria, contro tutti i compagni mafiosi del sud. E c'era sospetto, diffidenza, paura nella richiesta dell'appello nominale per la votazione dei due documenti congressuali, come se l'unità politica tanto declamata potesse non trovare poi un riscontro pratico e avesse quindi bisogno di essere controllata. E c'era rancore nelle urla a squarcia gola di quanti cantavano bandiera rossa rivolti ai compagni della seconda mozione, come se fosse un atto di sfida, come se quella non fosse la canzone di tutti, come se fossero i Vendola, i de Palma, le Gagliardi o le Caroline i nemici numero uno del comunismo, di quel movimento il cui obbiettivo è cambiare lo stato di cose presente. Quanto di più lontano tutto questo sospetto, tutto questo rancore, dall'idea di comunità, da quell'idea che ci ha permesso e ci permette di chiamarci compagni, di riconoscerci, di sorriderci, di sentirci parte ci una comunità, figli di una stessa storia, prima ancora che di un partito.