storie di (stra)ordinaria subinformazione
Arriviamo a Chianciano alle 15 circa di giovedì pomeriggio. Io faccio parte della terza macchinata che da Siena raggiunge la sede del VII congresso nazionale. Altri compagni sono partiti la mattina, c'era da organizzare la divisione dei compiti: gli accrediti, il servizio d'ordine, la diffusione militante, perchè un congresso non è solo i delegati e gli invitati e la stampa e la dirigenza, ma sono i tanti compagni e compagne che lavorano ogni giorno. Andiamo a Chianciano, quindi, da semplici militanti, non da delegati, andiamo a lavorare e, per quanto possibile, a seguire i lavori.
Sono emozionata, non lo nascondo. È il primo congresso nazionale a cui prendo parte, pur se dentro rifondazione ci sto ormai da quasi dieci anni.
Arriviamo, quindi, e subito ci mettiamo a lavoro. I compagni arrivano piano piano, la delegazione toscana a scaglioni dalle varie province, i GC, Pennella e Buglione con Peppe Vernieri che arrivano poco dopo di noi e subito si comincia a chiacchierare. Gli animi sono tranquilli, stressati, certo, dalla durezza dello scontro congressuale nei territori, logori, ma felici di esserci arrivati. Prevale la gioia di ritrovarsi, per niente scontata dopo la debacle elettorale e questo congresso.
Io sto agli accrediti. Vedo arrivare i compagni da mezza Italia e penso: mamma mia, che bello, siamo una comunità, siamo tutti qui, ritrovati dopo la sconfitta a parlare di noi, delle nostre prospettive, delle nostre proposte.
Ripenso alla prima volta che sentii pronunciare il nome di rifondazione. Ero una ragazzina piccola e incosciente, cominciavo a poco a poco a masticare la politica, soprattutto quella scolastica, ed ero affascinata da quell'idea di comunismo che sentivo veicolare dai miei compagni. Non erano ancora i Compagni che poi sarebbero diventati, erano i compagni di scuola, quelli delle altre scuole, i compagni dell'ucsi.
Una sera d'inizio autunno del 1999 eravamo a via de concili, io, andrea, giuseppe e barbato, sulla prima panchina dopo la discesina in cui un tempo era la sala giochi. C'era ancora il feroce, era ancora aperto il cortiletto alle spalle del bar tony e via de concili era il luogo d'aggregazione dei giovani avellinesi. Dallo scientifico al ben's, dal feroce alla ragioneria eravamo tutti li, diversi eppure uniti da una specie di questione generazionale che di li a pochi anni sarebbe diventata ancora più forte, pur nelle sue contraddizioni. I ragazzi mi chiesero di quale partito ero e io, in evidente imbarazzo, timorosa di sbagliare risposi: “del vostro”. C'era stata quell'estate la festa di liberazione, credo la II o la III al massimo, ed io, che spesso stavo con i miei amici un po' scoppiati nella villa comunale, avevo visto sventolare quelle bandiere rosse di cui parlavano le canzoni dei 99 posse che tanto amavo.
Allora lo sentii per la prima volta e mi parve un idea geniale. Rifondazione comunista. Mica cazzi.
La mia vicenda personale e politica la conoscete. Conoscete gli scontri, le contrapposizioni, i litigi e le differenti posizioni politiche. Sapete perchè solo un anno dopo ero già fuori di rifondazione, perchè volli credere in quel movimento dei movimenti in cui ad Avellino il partito proprio non voleva credere, ed è evidente che non mi riferisco ai compagni, ma alla dirigenza di allora.
Forse in questo modo ho perso proprio gli anni migliori, cioè, li ho vissuti dall'esterno, senza prendere parte a quella lotta di liberazione che ci avrebbe restituito la federazione ed uno spazio di agibilità politica che raramente avevamo avuto. O almeno speravamo che così sarebbe stato.
Ecco, pensavo proprio questo, giovedì pomeriggio al banchetto degli accrediti, pensavo che infondo mi ero persa il meglio: la contaminazione, la condivisione di un esperienza nuova, viva come quella della svolta movimentista, la costruzione di un' alternativa di partito oltre che di società.
Ed ero li, fiera di esserci, fiera, nonostante tutto, del percorso che ci aveva portato a quella presa di coscienza collettiva, all'assunzione delle tante responsabilità di cui tutti, non solo la classe dirigente, portano il peso. Fiera di appartenere a questa comunità, fiera di essere comunista e un po' femminista, anticapitalista e progressista. Fiera di un identità in fieri, non quella di ieri, né quella di domani. Fiera di aver contribuito in questi anni alla crescita e all'elaborazione di una rifondazione diversa da quella che avevo lasciato qualche anno prima, molto diversa nelle pratiche, almeno nel territorio che vivo, molto diversa nella teoria, più aperta, innovatrice, meno ortodossista e più moltitudinaria, secondo una prospettiva che pure a lungo abbiamo criticato, ma che ci ha fornito degli strumenti, una cassetta degli attrezzi nuova attraverso cui leggere la società.
Mbè, se è vero, come ha detto Maurizio Acerbo citando Primo Moroni durante la presentazione della prima mozione, che le storie dei compagni sono importanti ecco, io penso che questa sia una storia importante, degna di essere raccontata nella sua complessità.
Continua.....
descrizione: nuovo contenitore della sinistrada Il Manifesto di martedì 23 ottobre 2007
di Emanuele Giordana e Tiziana Guerrisi