storie di (stra)ordinaria subinformazione
finalmente il 20 ottobre è arrivato... le aspettative e le speranze per domani sono tante, a partire dal numero dei partecipanti alla grande manifestazione indetta da Manifesto, Liberazione e Carta. una manifestazione PER i diritti, PER il governo, per un governo più giusto e più attento ai problemi reali del paese. lo spezzone studentesco che si muoverà all'interno dello spezzone del Network delle comunità in movimento, vedrà insieme soggetti differenti: dall'UDU, Uds, ai GC, passando per i collettivi studenteschi e universitari. un modo per ripartire dalla precarietà generalizzata e generalizzabile dei soggetti in formazione e ricominciare a parlare e fra parlare di noi. è importante che domani si sia in tanti a Roma perchè la partecipazione non si costruisce attraverso le chiamate al voto primario o alla consultazione sindacale, ma, mattoncino su mattoncino, attraverso la condivisione di pensieri ed esperienze, attraverso la costruzione di comunità e reti di relazioni. è quello che abbiamo provato a faree sui territori con le iniziative che abbiamo messo in piedi. è quello che continueremo afare domenica, lunedì, martedì.... fino al 17 novembre, giornata di mobilitazione internazionale degli studenti quando chiederemo una nuova legge sul diritto allo studio, il reddito di formazione, la carta servizi per i libri e le attività culturali, il ripensamento totale del sistema dell'istruzione media e superiore.


| ...dal sito dei GC Il fantasma della sinistra: la relazione uomini/donne: |
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20 ottobre:tante diversità insieme e una differenza di Lea Melandri La sinistra, si legge nel nuovo appello che invita alla manifestazione del 20 ottobre a Roma, su Liberazione del 9 settembre, è fatta di "tante anime", "diverse ma amiche", che hanno bisogno di raccogliersi "in un sol corpo" per avviare un progetto di società più giusta, meno frammentaria e meno soggetta alla "legge feroce del mercato". Ciò che non si dice, ma che emerge chiaramente ogni volta che si elencano i problemi "fondamentali" su cui è chiamata a esprimersi una partecipata "assemblea di popolo", è che, se queste anime sono tutte "grandi", alcune sono considerate più grandi delle altre e come tali destinate a fare da "bussola" a un gregge altrimenti smarrito. Cambiano le analisi della fase storica che si sta attraversando - dal moderno al postmoderno, alla "società fluida" -, ma non il paradigma conseguente al primato dell'economia, che cerca ogni volta un soggetto prioritario, spinto al cambiamento da oggettive, disumane condizioni di lavoro, una sorta di "asso pigliatutto" che trova oggi, dopo il declino della classe operaia, la sua perfetta incarnazione nel modello precario, tessuto connettivo della civiltà funzionale al liberismo economico e, al medesimo tempo, virus della sua disgregazione. Intorno alla precarietà si muovono le acque agitate del governo, dei partiti e del sindacato, ma anche quel poco che sopravvive di un discorso teorico sempre più spento e ripetitivo, incapace di fermare lo sguardo sul magma confuso e contraddittorio di sentimenti che rischiano di far esplodere in modo incontrollato le relazioni sociali. Né riguardano solo l'appropriazione da parte del ceto politico di una iniziativa nata come espressione di soggetti collettivi, movimenti, associazioni, gruppi, che riduttivamente continuano a essere definiti "società civile", quando si sa bene che sono portatori di saperi e pratiche innovative dell'idea tradizionale di politica. Neppure posso limitarmi, come Aurelio Mancuso, a fare "atto di fiducia" contando che la sinistra al governo si decida a riconoscere alla libertà e ai diritti delle persone in quanto tali lo stesso peso che dà ai diritti sociali. E la ragione è molto semplice: il patriarcato, come dominio storico di un sesso sull'altro, non è una questione riducibile a diritti, libertà, emancipazione, responsabilità etica, e nemmeno a solidarietà, una parola che compare impropriamente in entrambi gli appelli: nel primo, come solidarietà tra lavoratori e lavoratrici, di cui sarebbe garanzia il contratto nazionale, nel secondo come "struttura" della "convivenza civile tra le donne e gli uomini". Si può essere solidali con chi vive una condizione di disagio maggiore della nostra, ma se siamo noi o i nostri simili la causa di quel disagio, se a dividerci è stata una "differenza" diventata storicamente potere, sfruttamento, violenza, esclusione, ci vogliono ben altro impegno, ben altra assunzione di responsabilità, pensiero critico, desiderio profondo di cambiamento, rivalutazione del conflitto, per allacciare nuovi rapporti. |