giovedì, 31 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso del Prc -Se.

Cronaca di una morte annunciata

Vorrei dire a quel compagno che sul blog del circolo di Avellino ha scritto che si è consumato il più bel congresso della storia di Rifondazione che mi dispiace sentirgli pronunciare queste parole. Le sue parole, credo, sono sintomo, l'ennesimo, di una svolta a destra che caratterizza non solo la società italiana, ma anche il nostro partito. Vorrei dirgli che Rifondazione per come l'ho conosciuta io è un interconnessione sentimentale, emozionale, progettuale, politica, è una comunità, un comune sentire e agire, un modo di vivere, una “missione”, sicuramente un progetto, una collettività di corpi vivi che si riprendono la parola e rivendicano la dignità dell'esistente, presente, pulsante,contro ogni retorica e ogni politicismo. E mi dispiace che tutto questo, che quel partito che io ho trovato, quello dei De Palma e Vendola e D'Alessandro, quello della passione e della comunità, non siamo stati in grado di restituirlo a loro, generazione ultima (non ultima generazione) di questa Rifondazione. Mi dispiace che il Canna viva questo come il suo primo congresso, mi dispiace che Samantha resti delusa dopo essere arrivata a Chianciano con la voglia di vivere appieno quella sensazione. Perchè non basta dire “facciamo comunità” o “gestione comune”. Il comunismo è pratica, non teoria, è agire, non dire, è fare. Mi dispiace e porto il peso di questa mancanza. Porto addosso la responsabilità di questa sconfitta oltre che di quella elettorale, politica, sociale, morale, di cui tanto si è parlato a Chianciano, ma che nessuno ha voluto veramente superare. È la sconfitta che ci ha fatto smettere di pensare a chi veniva dopo di noi, a cosa costruivamo, a quel che lasciavamo. È un bagaglio di responsabilità pesante, non insopportabile, ma che ci portiamo dietro con la serenità di chi le responsabilità se le assume, di chi i propri errori li ammette e ne accetta le conseguenze. Diverso è ciò che accade altrove.
Vorrei dire ancora a quel compagno di non illudersi del cambiamento, di non invocare la novità contro il “vecchio e stantio” (ed è ridicolo, siamo all'ossimoro) perchè questa classe dirigente è esattamente la stessa di sei mesi fa. Poca innovazione, poco ricambio. Il cpn composto sostanzialmente dalla stessa classe dirigente, età media 50 anni e passa, stessi nomi, stessi schieramenti, nessuna novità. Arretramento generale su tutte le maggiori posizioni: dalla non violenza all'atteggiamento maggioritario che voleva la costruzione di un grande partito di massa, dalla democrazia di genere alla democrazia generazionale, fino all'apertura ai movimenti, alle soggettività plurali della sinistra diffusa, alla società civile.
Caro compagno, mi dispiace, ti chiedo scusa perchè come diceva de palma non ho saputo difenderti, non ho saputo difendere quella cultura politica che costituisce il sostrato della proposta di innovazione di Rifondazione. Mi dispiace perchè non ho saputo consegnarti il partito che ho trovato, perchè non ho saputo farti vivere la gioia del congresso, il piacere di confondersi, del contaminarsi delle posizioni. E mi dispiace, caro compagno, perchè vedo e credo che nei prossimi mesi non ti sarà data possibilità di vivere e vedere tutto ciò. Mi dispiace e ti chiedo scusa, perchè penso che non lo meritavi. Nessuno di noi meritava questo congresso. Nessuno di noi meritava di essere immolato sull'altare del minoritarismo e dell'identità,della chiusura e del rigurgito reazionario. Che le minoranze non gioiscano, spetta loro un compito assai arduo, mantenere la dignità e lo spessore di questo partito.
Ecco, caro compagno, volevo solo dirti questo, non farti cambiare idea. Nessuno di noi ha mai detto a nessun altro come o cosa doveva pensare. Cercate di fare altrettanto. Cercate di avere rispetto, come a volte noi non siamo riusciti a fare. Siate migliori di noi, io ve lo auguro.
Noi ci apprestiamo alla traversata nel deserto. Ci andiamo leggeri, che tessere e circoli ci servono a poco. La nostra sarà una traversata lenta, esplorativa, alla ricerca di cose nuove da conoscere, da indagare, di nuove domande da porsi e aggiungere alle altre, di una nuova ricerca che ci conduca verso una più completa e sempre incompleta linea politica.
È la politica della crisi, della ricerca, del mutamento, dell'interrogazione e dell'inchiesta. La politica dell'attraversamento, del farsi attraversare, dell'accogliere le sfide e del mettersi in discussione.
È la politica che mi ha insegnato rifondazione e che nessuna svolta reazionaria, nessuna svolta a destra potrà mettere in discussione. Ricominciamo dunque! Per la sinistra, per la cultura della sinistra, per la storia che ci lega e ci separa da quel grande pci, da Gramsci, da Togliatti, che ci lega alla resistenza e alla liberazione, perchè nessuna regressione dopo 18 anni di lotte è possibile, nessun ritorno tutti insieme, nessuna somma algebrica delle posizioni, nessun passo indietro è oggi possibile. Concludo citando il compagno Bertinotti, che credo intendesse altro, ma mi sembra pertinente la sua affermazione conclusiva al congresso di Chianciano da semplice delegato quando dice che “La nostra è di nuovo una lotta di liberazione”.
mercoledì, 30 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso di RC- SE

Una storia di storie

È la storia di una generazione intera, di più generazioni in una stagione di lotte. Una storia di sogni ed illusioni, di errori e di infamate, di calcoli spregiudicati e di insospettabili ingenuità.
È una storia che, come tutte le storie, è oggetto di revisione, di rilettura, di rivalutazione.
Come ha giustamente scritto Ida Dominijani sul manifesto di oggi (29/7/08) parlando del ripristino come la strategia adottata da questo VII congresso, “ciò che rende più pesante tale strategia è che essa si abbatte anche e in primo luogo sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività, sporgendosi non verso posizioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata che non è priva di limiti culturali e di comportamento- continua la Dominijani- certo è che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione di incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. È anche, forse in primo luogo, a quest'esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire “adesso basta!”. Ed è per questo, dice ancora la Dominijani, che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico”.
A me sembra che le osservazioni della compagna del Manifesto siano centrali, tanto più perchè vengono da un' osservatrice, una compagna, estranea alle beghe interne e ai tatticismi di partito, che forse può gettare un velo di luce sul buio calato a Chianciano.
Le analisi, credo, verranno poi, quando almeno questa “nuova” dirigenza avrà delineato, attraverso la formazione della segreteria nazionale e attraverso le prime prese di posizione sulla politica italiana e internazionale, una linea chiara, perchè per il momento sappiamo da Ferrero che Rifondazione è per l'abbandono delle giunte, ma anche per il governo locale col Pd, per la democrazia di genere, ma anche antifemminista -almeno in una fetta consistente della sua componente dirigenziale- per l'innovazione ma anche tradizionalista... tutto insomma fuorchè chiara, a dispetto delle sbracciate affermazioni del neo-segretario del Prc.
Quel che certamente ora si può fare è raccontare. Fatti, non valutazioni. Il come, prima ancora che il cosa, le strategie, o meglio le tattiche che sono state messe in campo per il raggiungimento del fine, le pratiche, i metodi, chè la politica è fatta soprattutto di queste, soprattutto per dei comunisti.
Una storia penosa, vi avviso fin da subito, che mi ricorda e ripropone quella sensazione insopportabile che infonde La nausea di Jean Paul Sartre.
Una sensazione di sconcerto, non sconforto, di stanchezza, pesantezza, spossamento di fronte all'assurdità dei fatti, alla incombente sconfitta dell'umano, della passione, del sentimento, anzitutto di quel sentimento di comunità che pure viene tanto invocato. Ma la possibilità di ribellarsi esiste.
Ci tengo a precisare una cosa. Io non credo che Rifondazione sia finita. Credo certamente che una parte di Rifondazione si sia spostata a destra, ma del resto è un classico, dopo le sconfitte accade sempre. L'arroccamento, la riproposizione identitaria e fissa, statica, la negazione di una storia comune, la rilettura di quella storia e il revisionismo, reazionario, che assicura e da certezze contro la paura della sfida. Le sinistre dovrebbero essere abituate alle sfide, tanto più dovrebbero esserlo i comunisti. Abituati a perdere, ma non per questo arrendevoli. Cedere all'identità in un momento in cui, a livello teorico e anzitutto pratico, si cerca di decostruire questa categoria che tanti danni ha fatto nel corso del '900 e ancora nella postmodernità, mi sembra un chiaro passo indietro, una svolta a destra, non certo a sinistra come invece dichiara il documento congressuale approvato da quella maggioranza bulgara e algebrica che ha trionfato, per un solo voto, al congresso di Chianciano.
Credo che alcuni aspetti vadano assolutamente sottolineati, alcune pratiche, modalità dell'agire che nulla hanno a che fare con la cultura e la morale di chi si definisce comunista, di chi porta il carico di una storia di ribellione e rivolta, della storia più bella, forse, che il genere umano abbia mai raccontato. Non è una favola. È la lotta di liberazione dei nostri padri e nonni, l'eredità da cui veniamo e a cui non ci fermiamo, un eredità etica, culturale, fatta di principi e di insegnamenti non dogmatici, non statici. Una storia incarnata nei corpi maciullati della Diaz, nelle strade chiuse intorno a piazza Municipio, nelle corse per i verdi prati di Rostock, nei corpi che difendono corpi in Palestina, a Napoli, a Bolon Ajaw. Niente di questa storia era nelle modalità di svolgimento del congresso di Chianciano. A farla da padrone era il sospetto, la diffidenza, il rancore, l'odio.
C'era sospetto, diffidenza, rancore e odio nel rifiuto da parte della commissione politica di una proposta unitaria avanzata dal II documento e poi immediatamente ritirata per paura che si paventasse un'imposizione. C'era sospetto, rancore, odio nella formulazione di un documento in cinque punti in assenza di una parte consistente del partito e c'era il becero tatticismo nella volontà di non discutere collettivamente quei cinque punti, di far entrare in stallo la discussione appena al primo punto. C'era sospetto, rancore, diffidenza, paura nella decisione di stendere quel documento in assenza dei compagni della seconda mozione e di proporlo poi loro, bell'e fatto. C'era sospetto, diffidenza, rancore, nelle urla contro i compagni di Castellammare, di Bagnoli, di Reggio Calabria, contro tutti i compagni mafiosi del sud. E c'era sospetto, diffidenza, paura nella richiesta dell'appello nominale per la votazione dei due documenti congressuali, come se l'unità politica tanto declamata potesse non trovare poi un riscontro pratico e avesse quindi bisogno di essere controllata. E c'era rancore nelle urla a squarcia gola di quanti cantavano bandiera rossa rivolti ai compagni della seconda mozione, come se fosse un atto di sfida, come se quella non fosse la canzone di tutti, come se fossero i Vendola, i de Palma, le Gagliardi o le Caroline i nemici numero uno del comunismo, di quel movimento il cui obbiettivo è cambiare lo stato di cose presente. Quanto di più lontano tutto questo sospetto, tutto questo rancore, dall'idea di comunità, da quell'idea che ci ha permesso e ci permette di chiamarci compagni, di riconoscerci, di sorriderci, di sentirci parte ci una comunità, figli di una stessa storia, prima ancora che di un partito.
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categorie: politica, sogni, articoli, movimenti, incazzature, crisi, rifondazione, gc
martedì, 29 luglio 2008

Racconto per tappe del VII congresso del PRC-SE: La svolta a destra

Arriviamo a Chianciano alle 15 circa di giovedì pomeriggio. Io faccio parte della terza macchinata che da Siena raggiunge la sede del VII congresso nazionale. Altri compagni sono partiti la mattina, c'era da organizzare la divisione dei compiti: gli accrediti, il servizio d'ordine, la diffusione militante, perchè un congresso non è solo i delegati e gli invitati e la stampa e la dirigenza, ma sono i tanti compagni e compagne che lavorano ogni giorno. Andiamo a Chianciano, quindi, da semplici militanti, non da delegati, andiamo a lavorare e, per quanto possibile, a seguire i lavori.

Sono emozionata, non lo nascondo. È il primo congresso nazionale a cui prendo parte, pur se dentro rifondazione ci sto ormai da quasi dieci anni.

Arriviamo, quindi, e subito ci mettiamo a lavoro. I compagni arrivano piano piano, la delegazione toscana a scaglioni dalle varie province, i GC, Pennella e Buglione con Peppe Vernieri che arrivano poco dopo di noi e subito si comincia a chiacchierare. Gli animi sono tranquilli, stressati, certo, dalla durezza dello scontro congressuale nei territori, logori, ma felici di esserci arrivati. Prevale la gioia di ritrovarsi, per niente scontata dopo la debacle elettorale e questo congresso.

Io sto agli accrediti. Vedo arrivare i compagni da mezza Italia e penso: mamma mia, che bello, siamo una comunità, siamo tutti qui, ritrovati dopo la sconfitta a parlare di noi, delle nostre prospettive, delle nostre proposte.

Ripenso alla prima volta che sentii pronunciare il nome di rifondazione. Ero una ragazzina piccola e incosciente, cominciavo a poco a poco a masticare la politica, soprattutto quella scolastica, ed ero affascinata da quell'idea di comunismo che sentivo veicolare dai miei compagni. Non erano ancora i Compagni che poi sarebbero diventati, erano i compagni di scuola, quelli delle altre scuole, i compagni dell'ucsi.

Una sera d'inizio autunno del 1999 eravamo a via de concili, io, andrea, giuseppe e barbato, sulla prima panchina dopo la discesina in cui un tempo era la sala giochi. C'era ancora il feroce, era ancora aperto il cortiletto alle spalle del bar tony e via de concili era il luogo d'aggregazione dei giovani avellinesi. Dallo scientifico al ben's, dal feroce alla ragioneria eravamo tutti li, diversi eppure uniti da una specie di questione generazionale che di li a pochi anni sarebbe diventata ancora più forte, pur nelle sue contraddizioni. I ragazzi mi chiesero di quale partito ero e io, in evidente imbarazzo, timorosa di sbagliare risposi: “del vostro”. C'era stata quell'estate la festa di liberazione, credo la II o la III al massimo, ed io, che spesso stavo con i miei amici un po' scoppiati nella villa comunale, avevo visto sventolare quelle bandiere rosse di cui parlavano le canzoni dei 99 posse che tanto amavo.

Allora lo sentii per la prima volta e mi parve un idea geniale. Rifondazione comunista. Mica cazzi.

La mia vicenda personale e politica la conoscete. Conoscete gli scontri, le contrapposizioni, i litigi e le differenti posizioni politiche. Sapete perchè solo un anno dopo ero già fuori di rifondazione, perchè volli credere in quel movimento dei movimenti in cui ad Avellino il partito proprio non voleva credere, ed è evidente che non mi riferisco ai compagni, ma alla dirigenza di allora.

Forse in questo modo ho perso proprio gli anni migliori, cioè, li ho vissuti dall'esterno, senza prendere parte a quella lotta di liberazione che ci avrebbe restituito la federazione ed uno spazio di agibilità politica che raramente avevamo avuto. O almeno speravamo che così sarebbe stato.


Ecco, pensavo proprio questo, giovedì pomeriggio al banchetto degli accrediti, pensavo che infondo mi ero persa il meglio: la contaminazione, la condivisione di un esperienza nuova, viva come quella della svolta movimentista, la costruzione di un' alternativa di partito oltre che di società.

Ed ero li, fiera di esserci, fiera, nonostante tutto, del percorso che ci aveva portato a quella presa di coscienza collettiva, all'assunzione delle tante responsabilità di cui tutti, non solo la classe dirigente, portano il peso. Fiera di appartenere a questa comunità, fiera di essere comunista e un po' femminista, anticapitalista e progressista. Fiera di un identità in fieri, non quella di ieri, né quella di domani. Fiera di aver contribuito in questi anni alla crescita e all'elaborazione di una rifondazione diversa da quella che avevo lasciato qualche anno prima, molto diversa nelle pratiche, almeno nel territorio che vivo, molto diversa nella teoria, più aperta, innovatrice, meno ortodossista e più moltitudinaria, secondo una prospettiva che pure a lungo abbiamo criticato, ma che ci ha fornito degli strumenti, una cassetta degli attrezzi nuova attraverso cui leggere la società.

Mbè, se è vero, come ha detto Maurizio Acerbo citando Primo Moroni durante la presentazione della prima mozione, che le storie dei compagni sono importanti ecco, io penso che questa sia una storia importante, degna di essere raccontata nella sua complessità.

Continua.....

martedì, 22 luglio 2008

quelle strane cose successe su marte

lo so. avevo detto che il senso di questo blog sarebbe stato altro, che ci sarebbe stata meno plitica e più saperi. so, già ora che inizio a scrivere che anche questo sarà un post che parlerà di politica. e so che non a tutti piacerà. so pure che forse ho aspettato troppo per scriverlo, per dire chiaramente quello che penso.
forse il mio lungo silenzio è stato dettato anche da questo. dalla difficoltà di dire, di spiegare.
la politica. differente dalla situzione politica. la situazione politica non ci ha mai spavantati, certo, una cosa così non l'avevamo mai vissuta, non era mai successo che... dopo mesi ancora no riesco a dirlo.
non era mai successo che la sinistra non fosse presente nel parlamento italiano. nella storia della repubblica. mai. il resto invece è noto. le lotte, le guerre interne, le mozioni e gli schieramenti, chi si tu e chi so io... questa è storia nota, la viviamo da anni, da anni ci si ripropone a scadenze regolari, a volte sfuma, a volte incalza, a volte la senti a volte no. ma ci siamo abituati. da quando sono entrata in rifondazione è senpre stato così. dal 1999, quando votavamo ferrando. poi diventammo bertinottiani, che il movimento lo esigeva, e fu un momento magico. ma finì presto e ci fu venezia. io non credo che il problema sia stato quel congresso. credo che di li vennero tante cose buone, che ci hanno fatto crescere come singoli e come collettivo. li già si diceva della sinistra, ma pochi se ne ricordano. il resto è storia nota. il governo, la paura di dover ricominciare, i paccheti sicurezza e le finanziarie, l'immobilismo di un intera classe dirigente. e fu la rovina.
io non avrei chiamato alla conta. non avrei ancora diviso, spaccato, frammentato e frantumato. avrei chiamato alla riflessione, allo studio, all'inchiesta. altre sono state le scelte e ci siamo dovuti sorbire sto congresso. è stato il congresso più bruto della storia di rifondazione. nonc he i congressi siano mai chissà che, non mi appassionano poi più di tanto, ma questo proprio è incommentabile.
per le dinamiche che ha scatenato, per le battaglie a suon di pezzi di carta, verbali e controverbali, mozioni, emendamenti, documenti... lacerati anche li dove le divisioni non si erano mai fatte sentire più di tanto.
e vengo ad avellino. all'opeazione circolo di avellino e poi all'articolo pubblicato dal manifesto domenica.
non ho apprezzato. sia chiaro, non che io pensi che la colpa stia da una sola parte, ma se dovessimo andare a ricercare le colpe non se ne uscirebbe più.
io invece credo che il problema siano le pratiche. niente di male nel tesserare un gruppo di compagni, ma farlo via mail, a poche ore dalla scadenza del termine di richiesta delle tessere non è una pratica politicamente corretta. così come non è politicamente corretto pubblicare al notizia corredata di "analisi del sangue" dei richiedenti. non sono strade praticabili. se ci penso mi viene solo da domandarmi cosa ci ha portato a tutto ciò. cosa è successo, come è potuto succedere che anche noi...
le nostre responsabilità ce le dobbiamo assumere tutti, ciascuno le sue.
abbiamo votato le cose più assurde. sia dentro che fuori, abbiamo assunto a volte posizioni perchè dovevamo, non perchè fossero le nostre. io credo che ci sia stato un momento (breve per fortuna) in cui, immediatamente dopo la conferenza nazionale dei gc, parlavo per posizione presa, non per dire quel che pensavo. poi per fortuna è finito. per me è passato e ho ricominciato a fare altro. non che sia stato immediato, non che io me ne fossi resa conto... è un meccanismo che non so descrivere. non lo so concettualizzare. ma ci ha portato alla deriva. ci ha portato a stare zitti, a non intervenire, a valorizzare compagni in cui nonc redevamo, a fare altro per non doverci occupare di quel casino che c'era dentro.
abbiamo provato a fare finta di niente anche quando il palloncino è scoppiato, mentre ancora una volta dall'alto decidevano a quale sorte andavamo incontro. hanno deciso che spaccarci era la soluzione migliore per non perdere il loro bel posticino, farci discutere su di loro, sui lor nomi e  non sulle questioni reali che avevano portato alla sconfitta fosse il modo migliore per tenerci buoni, dentro e divisi.
noi, stupidi, abbiamo fatto esattamente ciò che volevano loro.
la nuova dirigenza ha deciso che potevano votare anche i neo iscritti e sui territori è scoppiato il putiferio.
abbiamo dato uno spettacolo veramente poco degno, a livello locale come a sul piano nazionale. pessimi.
e quegli sforzi di andare oltre, di parlare di politica anche in un contesto simile, sono valsi a poco.
vale a poco lo sforzo di parlare di genere, di genova, di progetti e prospettive. rimangono vici inaudite.
prevale la logica dello scontro anche dopo la battaglia, la guerra continua.
sul manifesto, dove qualche giorno fa è uscito un articolo su avellino che dipingeva un immagine della città come isola felice dell'intellettualità diffusa campana, in cui l'antagonismo si fa nei salotti e la cultura è contro per definizione. non un articolo brutto, oer carità, ma certamente non un articolo del tutto vero, non compelto, come qualcuno ha fatto notare sul blog del circolo di avellino. e siccome trattasi dela mia città non posso restare indifferente. sinceramente non credo nemmeno che una cosa del genere non fosse immaginabile, insomma, era prevedibile, ma questo non toglie a nessuno le sue responsabilità, anzi. credo che la politica parlerà. chi farà politica potrà parlare. e attenti compagni che la politica parla chiaro. la partecipazione o c'è o non c'è e a questo punto non si potrà più dire che c'è ostruzionismo.
ecco. penso sinceramente queste cose e dovevo scriverle da qualche parte. forse avrei dovute scriverle da qualche altra parte, rendere pubblica questa riflessione inece di relegarla a un luogo tutto sommato mio.
non credete che sia facile. assumersi delle responsabilità non lo è mai.
quel che con questo post voglio dire è che finita qiesta storia, chiuso il congresso e le beghe interne o si ricomincia a lavorare oppure non ci sarà più iente di che litigare e non perchè qualcuno scioglierà il partito. mi sembra tutto così stupido. eppure non siamo su marte, questo è il pianeta terra, anno del signore 2001 e noi siamo ormai così poco umani...
postato da: kombattina alle ore 10:20 | link | commenti
categorie: politica, incazzature, rifondazione, avellino, territori
lunedì, 21 luglio 2008

dei generi e delle generazioni...

Riporto qui alcune riflessioni, discusse negli ultimi tempi con i compagni/e di Siena e poi al congresso provinciale del PRC. Non entro nel merito di questo congresso, delle battaglie a soun di pezzi di carta tra le mozioni 1 e 2. è una logica che mi appartiene poco e mi piace ancor meno. Credo invece che ci sia bisogno di ben altro impegno, di una determinazione altrettanto forte, ma su ben altre questioni.

Riporto questo intervento che come ha detto qualcuno ci prende un po' in giro. è un idea che mi piace, credo davvero che prendersi in giro possa insegnare a prendersi un po' più sul serio. Credo contenga riflessioni importanti. e che dovremmo ragionare di più su queste cose, sulle categorie che utilizziamo, sul modo in cui ci posizioniamo, sui nostri ruoli.
Spero valga almeno un po', questo mio misero contributo come quelli di tanti altri compagni/e sui territori, a distogliere il pensiero dalle mozioni, dalle guerre fratricide, dalle battaglie interne o lotte intestine che in questi giorni hanno mostrato di rifondazione la faccia peggiore.


Dal 2001 ormai cominciamo i nostri documenti, discorsi o dibattiti con “Siamo la “generazione di Genova”, siamo uomini e donne, giovani e meno giovani...” ma forse dovremmo mettere a fuoco proprio le questioni che stanno dietro a questa formula tanto nostra, che sentiamo appartenerci al punto da utilizzarla per sintetizzare, rappresentare e mostrare la nostra identità.

Quando diciamo “siamo la generazione di Genova” già poniamo in essere una distinzione. La distinzione è quella che ci separa dalle generazioni precedenti, dai nostri padri e zii degli anni '60 e '70, dai nostri compagni, quelli che stanno nelle stanze affianco alle nostre, quando ci sono due stanze nelle nostre sedi, i compagni del partito, mentre noi siamo i gc, come se ci fosse poi una vera distinzione.... i compagni che oggi stanno qui affianco a noi e ci ascoltano, ma che qualche volta mentre parliamo nelle assemblee di circolo o nei cpf non ci stanno a sentire. O magari nel circolo si, che la è diverso, ma poi al lavoro, al sindacato, all'università...

Siamo la generazione di Genova, non siamo, politicamente, i figli del '68. Ci teniamo a chiarirlo. Abbiamo provato a reinventarci la politica, ad inventarci un modo nuovo di costruire partecipazione e, attraverso la partecipazione, alternative di società.

Siamo uomini e donne. Siamo la generazione del genere, anzi transgenere. Siamo i figli della cultura femminista, dalle nostre madri zie e sorelle maggiori abbiamo appreso un metodo, da loro abbiamo imparato la necessità di de-costruire i fenomeni che viviamo, le realtà che agiamo, le cose in cui crediamo, abbiamo imparato a de-costruire noi stessi... a posizionarci, a dire chi siamo, se non dove andiamo, cosa pensiamo, a non lasciare spazio al non detto, ma siamo andati oltre. Abbiamo provato a declinare il genere in senso maschile, ad affrontare la criticità di fronte a cui ci poneva, a fare dell'elemento di crisi una risorsa da condividere e su cui crescere, scomporsi come singoli e ricomporsi come corpo.

I conflitti del genere sono divenuti il nostro pane quotidiano. La dinamica dell'interiorità/esteriorità è il conflitto che affrontiamo tutti i giorni. Le relazioni che viviamo mostrano la liquidità delle distinzioni che dividono la società in uomini e donne (eterosessuali, senza dubbio eterosessuali) e insieme ad essa, il lavoro, la vita pubblica e privata. Per noi il privato e il politico sono categorie analitiche del passato, null'altro. Per noi la questione di genere non è più solo quella del genere femminile, esso rappresenta la fragilità di una costruzione che è crollata mostrando le dinamiche di potere e le imposizioni che nascondeva. Genere per noi significa scelta. La possibilità di scegliere. Il presupposto di tutte le scelte.

Siamo giovani e meno giovani. L'eterno conflitto. Come se essere giovani significasse necessariamente qualcosa, imponesse certi comportamenti, la predisposizione ad assumere determinati atteggiamenti. Come se la generazione avesse un effetto sostanziante, come se essere giovani significasse la stessa cosa in tutto il mondo, in Italia come in Messico o in Burkina Faso; un fenomeno transnazionale che unisce i giovani di tutta la terra e legittima l'antagonismo proprio come fenomeno generazionale. Un po' quel che è successo con il '68, quando in piazza c'era ben più di una generazione eppure a 40 anni di distanza è una la generazione innalzata a paladina di quella stagione di lotte.

E ancora, La nostra “questione generazionale” è la precarietà. Ma sappiamo bene come la precarietà sia minimo comun denominatore di un'epoca e non dell'essere in un epoca di una generazione. Sostanzialmente una stronzata, ma funzionale a delimitare un problema e quindi a relegarlo a una determinata realtà. Un buon modo per sviare il discorso, per non affrontarlo.

Ma la precarietà non è una condizione generazionale. Proprio il genere ce lo dimostra. Un concetto fluido e precario, che travalica sempre i limiti che la società impone. Essere maschi o femmine non significa sempre necessariamente la stessa cosa, è la società che impone i ruoli e le identità del maschile e del femminile. E maschile e femminile non sono mai qualcosa di predeterminato, ma si giocano, sempre sul terreno delle lotte sociali e dei conflitti di “classe”.

Ecco, tutto questo discorso per arrivare a dire che le accuse che ci sono state mosse in periodo post-elettorale di occuparci esclusivamente di gay e transessuali sono accuse che ribaltiamo e rivendichiamo a piena voce. Occuparci dei conflitti di genere per noi significa scendere su un campo in cui la sfida culturale è aperta e la posta in gioco altissima, significa mettere in discussione le categorie stesse attraverso cui guardiamo il reale. E mettere in discussione queste categorie è il primo passo verso la ribellione.

Una ribellione che, ci teniamo a ribadirlo non deve essere un fenomeno generazionale, come non lo è stata genova, ma deve unire i generi e le generazioni, mettere in crisi i preconcetti, sovvertire i presupposti.

Per questo proponiamo di cominciare a lavorare da subito alla costruzione di un tavolo glbte, laddove la e finale, inusuale, chiama a raccolta anche il mondo eterosessuale.

Crediamo sia questo uno dei primi fondamentali passi per cominciare a ragionare dei ruoli e quindi delle posizioni di potere che ciascuno di noi, maschio, femmina, gay etero o transex che sia occupa.


lunedì, 14 luglio 2008

eccola

ok... sono tornata. e voglio cambiare il senso di questo blog!
quindi tenetevi pronti perchè tra un po' cambierà tutto.
meno politica, più saperi. anzi, aiutatemi e ditemi cosa vi piacerebbe leggere.
nel frattempo guardate qua e firmate!
allora a presto.
postato da: kombattina alle ore 10:33 | link | commenti
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